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Svelare il mistero dei gatti, ci prova la scienza

Questo articolo é dedicato a Pègola e a tutti i gatti che ci accompagnano con i loro passi silenziosi.

Il Washington Post ha pubblicato un interessante articolo, a firma John Bradshaw, sulla comprensione dei segnali del felino più amato, il gatto. L’articolo è stato pubblicato orginariamente sulla rivista NewScientist ed è basato sul nuovo libro di Bradshaw “Cat Sense: How the New Feline Science Can Make You a Better Friend to Your Pet” (Allen Lane/Basic Books). L’autore è il direttore dell’Istituto di Antrozoologia della Scuola di Scienza Clinica Veterinaria dell’Università di Bristol, e ha studiato il comportamento del gatto per più di 30 anni.

Poichè si basa su evidenze scientifiche, ritengo interessante tradurlo per i lettori. Qui l’articolo originale.
I agree to indemnify RBI and New Scientist against any claim arising from incorrect or misleading translation.

I gatti sono gli animali domestici più popolari al mondo, poiché sono più numerosi dei cani in rapporto tre a uno. Il fatto che i gatti siano allo stesso tempo affettuosi e autosufficienti è senza dubbio un fattore che mantiene alta la loro popolarità. Non hanno praticamente bisogno di essere addestrati, si fanno la toeletta da soli, possono essere lasciati da soli senza che si struggano per i loro proprietari, ma nondimeno li salutano affettuosamente quando arrivano a casa.

In una parola, sono pratici.

Anche così, i gatti rimangono riservati e imperscrutabili. I cani tendono ad essere aperti, onesti e docili. I gatti, d’altra parte, pretendono di essere accettati alle loro condizioni, ma non rivelano mai abbastanza quali siano queste condizioni.

Ho studiato i gatti per anni e ho condiviso la mia casa con parecchi di loro, ma non ho la sensazione che questo mi abbia insegnato molto su come sono realmente. Eppure la scienza ha cominciato a fornire alcune risposte, in particolare sulla loro relazione con gli esseri umani. Perché i gatti sono così esigenti verso gli oggetti del loro affetto? E cosa significa quando tengono la coda verso l’alto?

La connessione gatto-uomo

La connessione tra i gatti e gli esseri umani risale a molto tempo fa. L’analisi del DNA identifica l’antenato del gatto domestico nel gatto selvatico Arabo Felis silvestris lybica, e colloca le sue origini tra 10.000 e 15.000 anni fa in Medio Oriente.

E’ probabile che i primi ad addomesticare i gatti selvatici siano stati i Natufiani, abitanti del Levante fra 13.000 e 10.000 anni fa ampiamente riconosciuti come gli inventori dell’agricoltura. Come tali, essi sono stati anche i primi ad essere tormentati da un nuovo parassita: il topo domestico amante del grano. I gatti selvatici si sono probabilmente avvicinati all’uomo per sfruttare questa nuova risorsa alimentare. Rendendosi conto di quanto utile fosse la loro presenza – e dopo tutto i gatti non avevano alcun interesse a mangiare il grano – la gente probabilmente li ha incoraggiati a restarsene in giro.

Quelli non erano i gatti domestici che conosciamo. Assomigliavano di più alle volpi urbane contemporanee: capaci di adattarsi all’ambiente umano, pur mantenendo la loro selvatichezza essenziale.

Va da sè che le altre qualità del gatto probabilmente non sono passate inosservate. Le loro caratteristiche attraenti, la pelliccia morbida e la capacità di imparare ad essere affettuosi verso gli umani hanno portato alla loro adozione come animali domestici. Ma i gatti hanno ancora oggi tre zampe ben piantate nella vita selvatica

A differenza di quasi tutti gli altri animali domestici, i gatti mantengono un notevole controllo sulla propria vita. La maggior parte di loro va dove gli pare e quando gli pare e, soprattutto, sceglie i propri partner. A differenza dei cani, soltanto una piccola minoranza di gatti è stata deliberatamente allevata. Nessuno ha mai allevato gatti da adibire alla guardia della casa, per radunare le mandrie di bestiame o per aiutare i cacciatori.

I gatti possono essere molto affettuosi, ma sono esigenti. Ciò deriva dal loro passato evolutivo: i gatti selvatici sono in gran parte solitari e considerano gli altri gatti come rivali. L’atteggiamento di base dei gatti domestici verso gli altri gatti rimane quella del sospetto, e anche la paura.

Ad ogni modo, le esigenze dell’addomesticamento – la necessità di vivere con altri gatti, e successivamente la formazione di legami con le persone – hanno esteso il repertorio sociale dei gatti.

Il comportamento sociale probabilmente ha iniziato ad evolversi da quando i gatti hanno cominciato a radunarsi intorno ai granai. Qualunque gatto che avesse mantenuto il suo antagonismo nei confronti degli altri gatti si sarebbe messo da solo in condizioni di svantaggio per lo sfruttamento di questa risorsa.

Anche oggigiorno, ovunque ci sia una regolare fonte di cibo, si forma una colonia di gatti selvatici, purchè le popolazioni locali lo consentano. Le colonie possono ingrandirsi fino a portare diverse centinaia di gatti a vivere vicini l’uno all’altro.

In queste colonie, la società tende a basarsi sulla cooperazione tra le femmine geneticamente correlate. Le madri dopo un paio di mesi generalmente mandano via la prole maschile per evitare la consanguineità, inducendoli a condurre una vita solitaria.

Se le colonie sono costituite da più di una famiglia, esse sono in concorrenza tra loro. I gatti sembrano essere incapaci di sostenere un grande numero di rapporti di amicizia e di formare alleanze tra gruppi familiari come fanno i primati; abilità di negoziazione così sofisticate vanno oltre le loro capacità.

Con il passaggio alla vita sociale, man mano che i gatti venivano addomesticati, si è reso necessario compiere un salto di qualità nella comunicazione. Per un animale come un gatto, ben dotato di armi, una scaramuccia avrebbe potuto facilmente degenerare in una lotta pericolosa a meno di avere a disposizione un sistema di segnalazione evoluto che permettesse di valutare gli stati d’animo e le intenzioni degli altri gatti. E questo è esattamente quello che è successo.

La coda dritta-in-su

La mia ricerca ha dimostrato che il segnale chiave per i gatti domestici è la coda dritta-in-su. Nelle colonie, quando due gatti stanno decidendo se avvicinarsi l’uno all’altro uno dei due di solito alza la coda, se l’altro è felice per l’approccio solleva la coda a sua volta. Il segnale di coda in su quasi certamente si è evoluto nel corso della domesticazione, e deriva da una postura che i cuccioli di gatto selvatico utilizzano quando salutano le loro madri. I gatti selvatici adulti invece non alzano la coda a vicenda.

Una volta che lo scambio di code in su è stato stabilito, si verifica una di queste due cose: o i gatti strofinano teste, fianchi e talvolta anche le code sollevate prima di separarsi, o si impegnano in una toeletta reciproca, comportamento che ha un profondo significato sociale in molti animali. Sia gli sfregamenti che il farsi vicendevolmente la toeletta sono probabilmente un modo di cementare una relazione amichevole.

Ma l’abilità sociale più importante che un gatto deve imparare per diventare un animale domestico è, ovviamente, interagire con le persone. Anche nelle primissime fasi di domesticazione, i gatti avevano bisogno degli esseri umani perchè li proteggessero e nutrissero quando i topi scarseggiavano. I gatti che hanno prosperato sono stati quelli in grado di ricompensare le persone con la loro compagnia. Ma i gatti non sono nati attaccati gente. Sono nati con un’inclinazione a fidarsi della gente soltanto per un breve periodo, quando sono molto piccoli.

Studi svolti sui cani negli anni 50 hanno elaborato il concetto di “periodo di socializzazione primaria“, che si verifica quando i cuccioli sono particolarmente sensibili ad imparare come interagire con le persone. Per i cani questo periodo sensibile è tra le 7 e le 14 settimane di vita. Lo stesso concetto vale anche per i gatti, ma il periodo inizia prima. Un gattino che viene manipolato regolarmente tra le 4 e le 8 settimane sviluppa in genere una forte attrazione per gli umani. Un gattino che non incontra un essere umano fino alle 10 settimane o più tardi probabilmente avrà paura delle persone per il resto della sua vita.

I gatti esposti abbastanza presto agli esseri umani sviluppano un attaccamento emotivo ai proprietari simile a quello dei cani? Sappiamo che essi hanno la capacità di provare affetto per gli altri gatti, e quindi è probabile che il loro attaccamento ai proprietari sia di natura emotiva.

La maggior parte dei proprietari è convinta che il loro gatto dimostri soddisfazione facendo le fusa. Le fusa chiaramente si verificano quando un gatto è contento, ma il gatto fa le fusa anche quando è affamato o lievemente ansioso. Alcuni continuano a fare le fusa anche quando il loro linguaggio del corpo indica che sono arrabbiati. Di tanto in tanto, i gatti sono stati sentiti fare le fusa anche quando erano in difficoltà e persino nei momenti prima della morte.

Le fusa, quindi, non necessariamente rivelano lo stato emotivo di un gatto. Invece, sembrano essere quello che gli ecologisti comportamentali definiscono un segnale manipolativo che trasmette una richiesta generale: “Per favore, sistemati accanto a me.

Tuttavia, altri segnali possono essere dimostrazioni più genuine di affetto. I rapporti tra i gatti adulti sembrano essere sostenuti principalmente attraverso il leccarsi reciproco e lo sfregamento. Molti gatti leccano i loro proprietari regolarmente, ma gli scienziati non hanno ancora stabilito se questo rappresenti affetto. Si sa che i gatti che non si piacciono non si fanno mai la toeletta a vicenda.

I proprietari di gatti intraprendono anche un rituale tattile con i loro animali quando li accarezzano. La maggior parte dei proprietari accarezza il gatto semplicemente perché questo dà loro piacere e perché sembra che anche il gatto se la goda. Ma le carezze possono avere anche un significato simbolico per il gatto. La maggior parte di loro preferisce essere accarezzata sulla testa, zona verso la quale i gatti dirigono la loro cura di sè.

Molti gatti non accettano le carezze in modo meramente passivo, invitano le persone ad accarezzarli saltando sulle ginocchia o rotolandosi. Essi indicano anche dove desiderano essere accarezzati, offrendo certe parti del corpo o cambiando posizione. Accettando le carezze, i gatti si impegnano in un rituale sociale che rafforza il legame con il loro proprietario.

Se toccare è molto importante, la coda in verticale è probabilmente il segnale più chiaro con cui i gatti dimostrano il loro affetto per noi. Un gatto che si avvicina al suo proprietario con la coda rialzata spesso si strofinerà contro le sue gambe. La modalità dello strofinamento sembra variare da gatto a gatto: alcuni si sfregano solo con il lato della testa, altri strofinano il fianco, altri ancora entrano in contatto con la coda. Molti passano oltre senza creare alcun contatto e si strofinano su un oggetto vicino.
Poiché molti gatti si strofinano più intensamente quando stanno per essere nutriti, sono stati accusati di mostrare niente di più che l’amore per la dispensa. Tuttavia pochi gatti limitano il loro sfregamento ai pasti, e quando due gatti si strofinano tra loro non si scambiano alcun premio aggiuntivo. Quindi, uno scambio di sfregamenti è una dichiarazione di affetto .

Il miagolio

Un altro modo con cui i gatti attirano la nostra attenzione, naturalmente, è miagolando. Il miagolio fa parte del repertorio naturale del gatto, ma raramente essi lo usano per comunicare tra loro. I gatti selvatici sono in genere piuttosto silenziosi. Così, mentre apparentemente tutti i gatti nascono sapendo miagolare, ognuno deve imparare a utilizzarlo nel modo più efficace.

Una volta che i gatti hanno imparato che i loro proprietari rispondono ai miagolii, molti sviluppano una gamma di suoni che, per prove ed errori, risultano efficaci in circostanze specifiche. In questo modo, molti gatti e proprietari gradualmente sviluppano un “linguaggio” individuale che entrambi capiscono ma che non è condiviso da altri gatti o proprietari.
Quindi i gatti dimostrano una grande flessibilità nel modo di comunicare con noi, il che contraddice notevolmente la loro reputazione di essere distaccati. Potremmo considerare alcuni di questi comportamenti manipolativi, ma solo nella misura in cui due amici negoziano i dettagli della loro relazione. L’emozione di fondo da entrambe le parti è senza dubbio l’affetto.
Il video

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Effetti del clutter sulla salute. Il disordine è solo un sintomo.

Clutter, in inglese, significa “accumulo, mucchio”.
Il Feng Shui è un’arte antica che si occupa dell’abitare secondo i principi dell’allineamento e dell’equilibrio, e forse per primo ha posato l’attenzione su un fenomeno in costante aumento nelle nostre case, ovvero la crescita degli ammassi di oggetti, a volte rinchiusi dentro armadi e cassetti, a volte disordinatamente sparsi negli ambienti.

Facilmente si ritiene che gli ammassi disordinati si formino perchè c’è un problema di spazio; di conseguenza, acquistando nuovi contenitori o addirittura armadi o scaffali, spesso si cerca un primo rimedio. Altre volte si ritiene che il problema derivi da una casa troppo piccola, e in questo caso il presunto rimedio diventa di gran lunga più costoso.

E invece il clutter spesso è un sintomo che riguarda la persona, non la casa.

Intendiamoci, organizzare la casa ordinatamente rimane una scelta opportuna: togliere gli ostacoli dai passaggi riduce il rischio di cadute, sapere dove sono le cose che ci servono riduce i tempi di ricerca, e avere meno cose in giro facilita il mantenimento dell’igiene della casa.
Il problema è che il clutter, gli ammassi disordinati, può crescere a tal punto da inficiare grandemente la qualità della vita, e a quel punto nessun “contenitore” fisico potrà risolvere il problema.
Se la tendenza ad accumulare non viene compresa e, possibilmente, modificata, occorrerà comprare ricorsivamente altri contenitori, altri armadi o case più grandi. Oppure potrebbe intervenire la rassegnazione a vivere Sepolti in casa.

Anche se il neonato DSM V (la quinta revisione del Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali) introduce la “disposofobia” – in inglese “Hoarding Disorder” – come nuova categoria diagnostica, non va dimenticato che il manuale ha volutamente un’impostazione ateorica e che quindi, al di là della descrizione dei sintomi seguita da un algoritmo a sommatoria per stabilire l’inclusione/esclusione del disturbo nella diagnosi, non ne considera le cause né dà indicazioni per i trattamenti. Occorre essere consapevoli che questa ciclopica revisione, durata più di 10 anni, non ha tenuto conto di ciò che la letteratura scientifica ha prodotto nello stesso periodo, mirando invece a uno status di neutralità e standardizzazione; come se ci accontentassimo di mettere un’etichetta su un barattolo senza sapere cosa esattamente ci sia dentro.

La “disposofobia” perciò non va reificata come se fosse qualcosa che esiste per sé ma va vista  come un sintomo che può derivare da una molteplicità di fattori, che non sono gli stessi per ogni persona che ricade nella categoria diagnostica. Da ciò discende che l’eventuale trattamento, non può essere standardizzato ma deve, al contrario, essere personalizzato.

Il comportamento degli accumulatori può presentarsi in modi diversi e può essere più o meno razionalizzato da spiegazioni; essi inoltre possono essere più o meno selettivi nel tipo di oggetti che ammassano. Tuttavia cause ed effetti del clutter interagiscono continuamente sui piani fisico, psicologico e sociale, creano dinamiche relazionali complesse e devono essere letti come causalità circolare che mantiene la problematica nel tempo.
I docu-reality che si occupano del problema mostrano con certo voyeurismo situazioni estreme – che non corrispondono alla stragrande maggioranza dei casi – e se da un lato hanno il merito di portare l’attenzione su un problema diffuso, da un altro soffrono di ipersemplificazione della soluzione. Lo sgombero della casa dal ciarpame, ahimè, non modifica il comportamento a lungo termine, a riprova che la vita reale non funziona come ci mostra la TV.

Il nodo cruciale non è la casa, ma come la persona pensa, sente e agisce in relazione agli oggetti che possiede.

In senso generale, si può ipotizzare che alla base del sintomo vi sia una componente d’ansia e che l’accumulo di oggetti corrisponda al vivere nel passato o, vedendo le cose da un’altra prospettiva, impedisca di vivere nel presente. L’ansia é spesso inconscia ma diviene percepibile quando la persona deve separarsi dai propri oggetti: gli accumulatori non sono persone pigre, come vengono spesso giudicati, piuttosto trovano impossibile eliminare qualunque cosa, arrivando al punto di  provare dolore.

La ricerca scientifica (Tolin, Frost & Steketee, 2007) ha rilevato alcune condizioni che sono collegate alla disposofobia:

  • Aver subito un trauma psicologico
  • Aver subito una lesione cerebrale
  • Disturbo da deficit di attenzione
  • Depressione
  • Dolore cronico
  • Disturbo ossessivo compulsivo
  • Obesità

Inoltre, grazie all’utilizzo del neuroimaging funzionale, Tolin ha rilevato in chi accumula un aumento dell’attività orbitofrontale, una parte del cervello coinvolta nel processo decisionale e nella pianificazione, quando il soggetto era forzato ad osservare degli oggetti e a decidere se liberarsene o meno. Tale aumento dell’attività – segno di uno stress in corso – non era presente nei soggetti che non hanno la tendenza ad accumulare.

Il clutter ostacola la vostra via verso il benessere? Avete trovato questo articolo interessante?

Tolin, D.F., Frost, R.O., and Steketee, G. (2007). Buried in Treasures: Help for Compulsive Acquiring, Saving, and Hoarding. Oxford University Press.

 

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L’addestramento dei cani e l’addestramento degli umani

Ian Dunbar ci dice che nell’addestramento dei cani, il primo principio da tenere presente è che occorre adottare il punto di vista dei cani. Affermazione che sembra di una banalità disarmante ma che nella pratica è troppo spesso disattesa dai proprietari di cani.

Nella sua brillante esposizione Dunbar spiega chiaramente che il problema principale della maleducazione dei cani (e della loro eventuale pericolosità) risiede nel comportamento confuso e fuorviante degli esseri umani che se ne occupano.

Quando torniamo a casa, siamo felici che il nostro cucciolo ci saluti saltandoci addosso, lo ricompensiamo con paroline estasiate, lo accarezziamo. Pochi mesi dopo, quando fa la stessa cosa, il cane riceve ogni sorta di maltrattamenti. Qual è la sua colpa? E un mastino tibetano e pesa quasi 40 kili. Il cane così viene punito per aver infranto una regola di cui non conosce nemmeno l’esistenza.

Dunbar nello spiegare che la chiave di una buona relazione con i cani consiste nel motivarli a fare quello che vogliamo, attinge a piene mani nei principi della psicologia comportamentale, un approccio che pone la sua attenzione sui comportamenti manifesti e che utilizza, nell’analisi delle associazioni tra il comportamento Stimolo e la Risposta, i principi del condizionamento.

Come definito dagli psicologi, la punizione è uno stimolo che riduce la probabilità che un determinato comportamento, appena messo in atto, si manifesti in futuro. Semplicemente. La punizione non è qualcosa di brutto, e non è affatto necessario che lo sia.

Purtroppo gli esseri umani in generale hanno pessime capacità relazionali con i cani, e questo, tristemente, si manifesta spesso anche con i componenti della propria famiglia.

A questo proposito, i cani – come altri pet – sono spesso considerati individui e veri e propri componenti della famiglia, e questo cambiamento di status ci porta gradualmente a confrontarci anche con temi etici, legali e politici.

Man mano che la scienza indaga in maniera sempre più approfondita la mente degli animali, diventa difficile riconoscere dei diritti agli animali da compagnia senza estenderli alle specie che da secoli vengono sfruttate dall’uomo.

Con buona pace di Renè Descartes e di tutti coloro che per secoli ipocritamente hanno preso per buona la sua affermazione che gli animali sono macchine, e che quindi in quanto insieme di ingranaggi non provano sofferenza, sorgono e aumentano di numero le persone che danno origine e prendono parte a movimenti per l’abolizione della sperimentazione sugli animali, per la chiusura dei circhi, per l’abolizione delle pellicce, per la salvaguardia di specie e ambienti naturali, o prendono decisioni personali che invadono il quotidiano, come la scelta di diventare vegetariani o vegani per motivi etici.

Alcune di queste istanze hanno dato luogo a leggi che combattono la crudeltà verso gli animali, ma allo stato attuale la nostra società guarda ancora agli animali in modi contraddittori e pare molto difficile costruire un sistema di pensiero coerente.

Cosa sono gli animali per noi? Che siano selvatici, vivano nelle nostre case o negli allevamenti, qual è il rapporto più appropriato verso di loro? Riconoscere dei diritti a tutti gli animali come se fossero persone avrebbe certamente anche un impatto sull’economia basata sul loro sfruttamento, è un problema di cui la società è pronta a farsi carico?

Rimaniamo, per il momento, con più domande che risposte.

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Lo diresti al tuo psicologo?

Si tratta di un video che appartiene a una piccola serie dedicata al precariato e che ha suscitato vivaci discussioni nella comunità professionale degli psicologi.
Alcuni colleghi ne hanno colto la genialità, in quanto fanno uso di una comunicazione paradossale per mostrare d’impatto certe dinamiche che quasi tutti coloro che svolgono professioni intellettuali si sono trovati a sperimentare in prima persona. Quasi che il fatto di non avere un oggetto tangibile tra le mani alla fine della transazione induca una sorta di cecità nel cliente.

Infatti non capita soltanto ai “creativi” di sentirsi dire “Ti dò l’occasione di fare esperienza, tanto tu ti diverti a fare il tuo lavoro”, ma anche agli psicologi, sebbene con sfumature diverse quali la reazione di sorpresa alla richiesta di pagamento alla fine di un colloquio o frasi più o meno cortesi che sottintendono “Ma come, il suo lavoro non consiste nell’aiutare generosamente gli altri? Che psicologo è se si fa pagare?”
Si potrebbe anche pensare che le persone con cui gli psicologi hanno a che fare abbiano delle problematiche legate all’area del denaro e dell’autostima con maggiore frequenza rispetto ai committenti di altri professionisti, tuttavia questo atteggiamento sembra più legato alle professioni intellettuali in generale che non alla singola patologia.
Assumere che lo psicologo si diverta, o non stia lavorando veramente, o debba essere generoso per il fatto stesso di esercitare una professione d’aiuto origina probabilmente da alcuni pregiudizi – se non da un atteggiamento cinicamente utilitaristico –  ma è talmente pervasivo che riesce addirittura, in taluni casi, a “contagiare” dei giovani colleghi; molti di loro infatti entrano nella professione dando per scontato che non saranno pagati e si sottopongono a mille lavoretti gratuiti sperando che, prima o poi, qualcosa accada.

Occorre dire però che c’è anche un altro aspetto: in una relazione di lavoro (come in qualunque relazione) ciascuna delle parti ha un ruolo nel definire l’esito della transazione, e in questi video c’è una parte – certamente significativa – che non viene raccontata, cioè tutto quello che precede la committenza vera e propria.
Ad esempio vi sono colleghi che per motivi di marketing offrono alcune prestazioni gratuitamente: in questi casi il contesto è chiaro, definito a priori, e non ricade nella categoria di casi di cui qui ci occupiamo.
Invece, se pure questi sgradevoli episodi possono potenzialmente capitare a tutti, nel caso in cui continuino ad accadere occorre insospettirsi, e valutare quanta e quale parte del problema risieda in chi continua ad interpretare il ruolo di “vittima” della situazione.

Vittime e carnefici sono sempre legati a doppio filo, in una dinamica circolare, e questo video da un certo punto di vista può essere considerato come un tentativo di “compensazione” per le offese ricevute da parte di una categoria che si sente “vittima”.
Tentativo che peraltro utilizza uno stile di comunicazione moralistica, semplicistica e manichea, in cui uno degli attori è furbescamente “cattivo” mentre l’altro è il “buono” innocente che viene fregato.
Questa si può considerare la pecca maggiore dell’iniziativa: non solo i video potrebbero essere istruttivi per aspiranti furbetti alla ricerca di modi per sentirsi “potenti”, ma soprattutto non convinceranno nessuno a cambiare comportamento. Essi risuonano bene per chi si identifica nella parte della “vittima”, che si sentirà compreso e difeso, ma sono del tutto inefficaci per chi è furbetto o avido e fa di questo il proprio stile di vita – Cetto La Qualunque insegna -, perché la “vittoria” ha un sapore troppo dolce e alla fin fine la dinamica risulta paradossalmente normale (in termini psicologici si direbbe egosintonico): se essi credono che l’altro si diverta, non stia veramente lavorando o debba essere generoso questo fa parte della loro patologia ed é talmente radicato nella personalità che si potrebbe affrontare solo con un percorso di una certa lunghezza.

Senza scordare il contesto sociale, culturale ed economico in cui siamo immersi, per uscire da queste dinamiche occorre compiere dei passi in direzione della consapevolezza di sé e dell’assunzione di responsabilità.
Accade di frequente che una persona incompetente nella materia veda il risultato di un prodotto dell’ingegno come una cosa semplicissima da realizzare – e conseguentemente di scarso valore -, molto probabilmente perché le manca la percezione di tutta la mole di lavoro che è stato svolta prima di poter ottenere quel “semplice” risultato, gli anni di impegno e studio quotidiano, gli approfondimenti e le ricerche, la fatica e a volte la noia, tutto ciò che sta a monte nella formazione di un professionista. A tutti costoro credo che nessuna replica possa essere più folgorante e stringata di quella che Bruno Munari dava ai detrattori della sua opera: “Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch’io, vuol dire che lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima”.

* Articolo già pubblicato su Osservatorio Psicologia nei Media
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Quando la diseducazione in Tv prende corpo

Il video “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo che avevamo avuto il piacere di presentare ai lettori 4 anni fa su questo sito, ha raggiunto tutto il mondo e ha, attualmente, oltre 7 milioni di visite.

Recentemente ho avuto il piacere di incontrare l’autrice in un dibattito riguardante il rapporto tra la violenza alle donne e i media, e sono venuta a conoscenza delle ragioni che hanno portato alla realizzazione del video ed anche di come l’impegno sociale di Zanardo nei confronti di donne e media stia continuando.

Quando siamo immersi in un determinato contesto, tutto ciò che avviene all’interno può sembrarci “normale” e passa sotto silenzio senza protestare. Vivere all’estero e tornare in Italia di tanto in tanto è quello che ha permesso a Zanardo di provare stupore e indignazione ogni volta che accendeva la TV. “Pensavo che proprio in quel momento stessero passando in TV qualcosa di terribile – come ad esempio tenere una donna sotto a un tavolo – allora telefonavo agli amici e chiedevo loro di guardare quella trasmissione… e loro mi rispondevano che era normale. Ma la Tv non trasmette cose simili ovunque”.

Da subito Zanardo si è detta che non era sufficiente spegnere l’interruttore, perché anche se il singolo spegne la “cattiva maestra”, molti altri stanno guardando, e la televisione è stata e rimane il più importante agente di socializzazione degli ultimi 30 anni. Se tutte le persone sensibili spengono la TV, chi chiederà alla TV di cambiare? Occorre impegnarsi attivamente, monitorare quel che viene trasmesso e fare qualcosa per obbligare la TV a cambiare.

Negli ultimi 4 anni, qualche risultato è stato ottenuto: “Oggi – dice Zanardo – sarebbe più difficile realizzare un documentario come “Il corpo delle donne”, sono meno presenti le riprese ginecologiche, gli insulti e la violenza alle donne, ed è una buona notizia”.

Va detto che quando parla di TV, Zanardo si riferisce alle reti generaliste che fanno grandi ascolti: RAI 1, RAI 2 e i canali Mediaset; altre reti, come RAI 3 e La 7 hanno alcune trasmissioni migliori ma anche meno audience e sono perciò meno incisive nel tessuto sociale.
Questo tipo di televisione, inaugurata negli anni 80 da trasmissioni come “Colpo Grosso” e “Drive In”, era stata salutata come una liberazione, anche dalla sinistra italiana, da un’atteggiamento un po’ bigotto che precedentemente pervadeva le trasmissioni RAI.
Poi, un po’ alla volta, questo è diventato “il modo” di fare TV.

“Drive In” ha sdoganato l’oggettivizzazione del corpo femminile, un esempio di questo processo sono le inquadrature delle ballerine di fila in cui si vede soltanto il busto senza testa; un po’ alla volta questo stile si è propagato e le donne sono diventate parti, oggetti: tetta, sedere, coscia e non più persone intere.
Negli anni 90 si è arrivati a mandare in onda trasmissioni quasi pedofile come “Non è la RAI”, mentre la pressione a ottenere introiti pubblicitari ha spinto la RAI ad adeguarsi a questo modo di fare televisione, surclassando le TV commerciali.

La socializzazione è il processo attraverso cui apprendiamo le competenze e gli atteggiamenti connessi al nostro ruolo sociale, incluso il ruolo di genere. E durante gli anni dello sviluppo questi valori e modelli di comportamento vengono trasmessi ad ogni essere umano principalmente da questi tre agenti di socializzazione: la famiglia, la scuola e la televisione.
Oggigiorno la famiglia è in crisi, la scuola viene depotenziata da decenni mentre la televisione è diventata sempre più potente: 5 reti su 6 trasmettono 24 ore al giorno e contabilizzano un fatturato enorme. Al potere della televisione in sé vanno aggiunti l’effetto della pubblicità e di internet. La pubblicità, sia detto per inciso, costituisce un elemento pervasivo e non selezionabile, ed è pertanto ancora più “pericolosa” degli altri due media.

Come fanno le famiglie a contrastare tutto questo? Da Roma in giù è normale che in ogni casa ci siano 3 o 4 televisori, al nord ce ne sono mediamente 2. Inoltre i ragazzi guardano molta televisione online, grazie a portali come YouTube perché ormai i canali televisivi hanno colonizzato la rete. E non è vero che i ragazzi siano così “smanettoni” con internet e i computer, ad un’analisi meno superficiale si nota che nella stragrande maggioranza dei casi il loro utilizzo è il consumo passivo, del tutto analogo a quello che fanno della TV.

In questo panorama, pensare di affrontare il potere della televisione enumerando tutto ciò che non va durante dibattiti seguiti dal 3% della popolazione è una strategia perdente; il loro impatto sull’opinione pubblica non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello di una trasmissione come “Striscia la notizia” – quella che ha creato il tanto aborrito “velinismo” – che raduna 7-8 milioni di spettatori davanti allo schermo ogni sera da 25 anni.

Riprendiamoci la TV! – è l’esortazione di Zanardo – …riprendiamoci almeno una rete. La TV non deve essere qualcosa da cui ci dobbiamo difendere, spegnendola, è un nostro diritto”.
E per comprovare la bontà possibile della TV come agente di promozione sociale, ricorda il programma “Non è mai troppo tardi”, andato in onda sulla RAI negli anni 60. La trasmissione era stata concepita per contrastare l’analfabetismo degli adulti ed era condotta dal maestro Manzi, coltissimo e pieno d’amore per le persone. Dopo qualche anno di “lezioni a distanza”, gli ascoltatori si presentavano all’esame per ottenere la licenza elementare. I lettori più agée lo ricorderanno senz’altro, ma quel che forse non sanno è quante persone la hanno ottenuta.
Si tratta di un numero che rasenta l’incredulità: un milione e mezzo di italiani.

Dopo questo dato che lascia di stucco, Zanardo passa ad illustrare altri dati. Il World Economic Forum è un’ente autorevole che dal 2006 pubblica ogni anno il Global Gender Gap. L’indice fornisce un quadro per catturare l’ampiezza e la portata delle disparità di genere in tutto il mondo utilizzando criteri economici, politici, basati sull’istruzione e la salute.
Il rapporto del 2013 colloca l’Italia al 71° posto. L’anno scorso l’Italia si trovava all’80° posto, ma se questo avanzamento sembra confortante, lo è molto meno vedere quali sono i paesi che si trovano intorno a questo livello della graduatoria: la Cina si trova al 69° posto e la Romania al 70°. Subito sotto troviamo la Repubblica Dominicana, il Vietnam, la Repubblica Slovacca e il Bangladesh. I paesi del Nord Europa si trovano tutti nei primi posti e tutti i paesi europei nei primi 20. E’ interessante sapere che questa tabella viene presa in considerazione da tutti i Ministeri dell’Economia in Europa, per le ricadute che la disparità di genere porta alle economie nazionali, ma che questo purtroppo non avviene che in Italia.
A riprova di questo atteggiamento c’è anche il rapporto del Censis su Donne e Media in Europa, che presenta un ritratto affatto edificante dell’immagine della donna nella televisione italiana.
“Edificante” sarebbe proprio il termine giusto per descrivere quel che dovrebbe essere il contributo dato anche dai media alla vita delle donne, dato che l’articolo 3 della Costituzione Italiana recita: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” Questo principio afferma chiaramente che lo Stato deve aiutare ogni cittadino ad esprimere al meglio il suo potenziale, a costruirsi nel suo pieno sviluppo. Ma invece di correre ai ripari, si lascia che la TV svolga un ruolo al limite dell’anticostituzionalità, e questo avviene principalmente perché la questione femminile non è sentita come autorevole e non è nell’agenda politica.
E’ vero, sono stati elaborati protocolli e i codici di autoregolamentazione per la televisione, ma purtroppo vengono regolarmente disattesi e, quel che è più grave, quando viene sollevata la “questione femminile”, a differenza che in altri paesi in Italia si ricevono reazioni di noia e di fastidio.

In questo panorama avvilente e umiliante, l’impegno attuale di Zanardo è di lavorare nei prossimi 10 anni per portare nelle scuole dei percorsi di educazione ai media – che in altri paesi sono previsti a livello ministeriale – che insegnino loro a decodificare i messaggi verbali e non verbali mediati dalla televisione sul ruolo delle donne.
Tocca diventare scomodi”, dice.
Ci sono percorsi rivolti ai ragazzi tra i 14 e i 19 anni, ma l’azione più efficace è quella di formare gli insegnanti di modo che dopo possano loro stessi lavorare con i ragazzi e raggiungerne un numero più alto. In Toscana sono stati formati 64 insegnanti e in Trentino è partito un progetto analogo.
I risultati con i ragazzi sono confortanti: quando vengono aiutati a “vedere”, la velocità e l’intensità della loro reazione è impressionante; le ragazze si indignano per la mancanza di rispetto e di libertà verso le donne, i ragazzi si vedono rappresentati a livello di primati infoiati ed entrambi prendono le distanze con rabbia da questi stereotipi vecchissimi e idioti, rivendicando la propria natura di esseri umani complessi.

Zanardo ci offre alcuni stralci del lavoro che fa nelle scuole, mostrando degli spezzoni di alcune trasmissioni.

Papi che presenta i concorrenti di un gioco, 2 ragazze e un ragazzo: la prima viene inquadrata con una ripresa che fa scorrere la telecamera dal basso verso l’alto, inquadra le gambe nude e su a salire fino al viso, non le viene concessa la parola. Il ragazzo viene inquadrato in volto e gli viene chiesto di cosa si occupa. Ha una manciata di secondi per parlare di sé. La terza ragazza viene omaggiata dello stesso taglio di ripresa e le viene chiesta conferma del suo paese di origine. Emette un “sì”, e il suo momento è già passato. Per noi psicologi (ma anche per gli avvocati ed altri professionisti) la differenza tra le implicazioni di una domanda aperta e quelle di una domanda chiusa è nota, e sappiamo quando e perché utilizzare l’una o l’altra. Ai non professionisti della comunicazione, o semplicemente alle persone mediamente distratte che guardano la TV, però tutto ciò può passare inosservato; nel contempo la telecamera passa un potente messaggio oggettivizzante per le ragazze e uno di personificazione per il ragazzo (non c’è nulla di più personale del nostro volto).

La ministra in minigonna: l’intervento non è bacchettone, ma mirato a mettere in evidenza che in TV, a differenza che dal vivo, se la telecamera insiste sul sedere ciò che viene detto va perduto, anche se è una cosa interessante. Il punto in evidenza non è la “colpa” della ministra, e neanche delle ragazze che vanno scosciate in TV, ma il fatto che la TV stessa plasma e manda in onda certi messaggi subliminali. Chi se la prende con le donne, non conosce il potere dei media, e soprattutto non sa che tutto è preparato in anticipo.

Uno stralcio di “Sarabanda”, con Mammuccari vestito e Belen in bikini: mentre Belen sale le scale, la telecamera posizionata in precedenza le regala una ripresa dal basso, lo stacco inquadra il volto di un ragazzo che sembra allupato, poi il video riprende in posizione ginecologica.

Uno dei modi semplici per svelare quello che non appare a prima vista, che può provare ciascuno di noi con facilità, è togliere il video e lasciare l’audio: la percezione visiva è il canale prevalente per l’apprendimento, attraverso il quale elaboriamo e organizziamo gran parte delle informazioni, quando viene eliminata possiamo cogliere il messaggio verbale con maggior chiarezza.

L’ottundimento costante operato dalla televisione si iscrive nella classe della “banalità del male”, quel male che in tante famiglie in cui non circolano libri si assorbe in maniera inconsapevole prima dell’ora di cena, seduti sul divano di casa in compagnia del fratellino.

Al termine del dibattito, uscendo, mi torna in mente un servizio delle Jene di parecchi anni fa, era il 2008. Elena Di Cioccio si è vestita come una soubrette, un costume con cui le donne entrano ogni sera nelle case, e ha provato a passeggiare sulla via Salaria, a Roma.
Se non lo avete visto o non ve lo ricordate, e volete vedere cosa è successo, potete guardarlo a questo link
Di Cioccio Soubrette in strada

* Articolo già pubblicato su Osservatorio Psicologia nei Media
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Di Instagram, Facebook e gli altri… guardami!

«Chiunque tu sia… io dipendo sempre dalla gentilezza degli sconosciuti»
Blanche Du Bois in Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Wlliams

Forse siamo tutti soggetti a uno strano bias: ci sono cose che troviamo fastidiose quando le fanno gli altri e che invece ci sembrano stupende quando le facciamo in prima persona.
Instagram è un’app per cellulari, comprata da Facebook un anno fa, che viene pubblicizzata come un modo “veloce, bello e divertente per condividere la tua vita con amici e familiari”, e 150 milioni di utenti nel mondo eseguono il compito scrupolosamente.

E questo video, che ha ottenuto il ragguardevole risultato di oltre 5 milioni di visualizzazioni in meno di un anno, realizzato su commissione di CollegeHumor Media – un seguitissimo generatore di contenuti su internet – con la regia di Matthew Pollock e la colonna sonora tratta da un pezzo famoso dei Nickelback su cui gli autori hanno scritto ad hoc un testo parodistico, sintetizza in modo magistrale gli usi che questo esercito di utenti fa dell’applicazione.

Amanti del cibo, del trucco, persone in vacanza (casualmente con seni in primo piano), reportage minuto per minuto di azioni quotidiane, pretese foto artistiche, autoscatti, panorami, scorci… foto tutte accomunate dall’uso dei filtri e dall’ansia di essere guardati.
A questo proposito, a 2.33’ del video si può vedere un’iperbole della documentazione – non così fuori del comune, in verità -: c’è un tizio in background che fotografa il tizio che in primo piano sta fotografando il tortino alla pesca.
“Se è sul mio feed è garantito che avrò almeno 5 Mi piace” dice la canzone, e la determinazione ad ottenerli (da chi?) è talmente forte da far sì che invece di vivere gli eventi emozionanti in prima persona ci si ritrovi a smanettare con l’applicazione per immortalarli.
Il “mi piace” e il “condividi” su Facebook sono delle modalità di semplice utilizzo attraverso le quali chi pubblica può sentirsi gratificato perché riceve l’apprezzamento degli altri per i propri contenuti e una conferma che sono stati visti.

Ci si può chiedere allora, fuori da ogni moralismo nel giudicare la tecnologia ormai a disposizione di tutti, come mai questi comportamenti siano così diffusi, che cosa significhi essere guardati e quale possa essere l’ansia sottostante.

Si potrebbe pensare che i social network funzionino da specchio, e che come tali riflettano la nostra immagine. Ma “riflettere” ha un duplice significato: oltre all’offrire un’immagine di sé, rimanda anche all’impegnarsi a pensare, trovare o ritrovare la propria identità.
Che funzione svolgono allora i social network? Forse i fondatori non l’hanno mai pensato consapevolmente ma si potrebbe pensare che alla base di questo utilizzo imponente, mondiale e trasversale vi sia un nodo di importanza essenziale per ogni essere umano: l’identità.

Cercare di vedersi come si è veramente attraverso lo sguardo degli altri, oppure di costruirsi un’identità validata dallo sguardo altrui sono processi normali nella vita di relazione, ed è qualcosa di cui l’essere umano ha bisogno.
Forse questo uso intensivo della tecnologia può dirci qualcosa di più rispetto all’intensità del bisogno latente di essere visti e riconosciuti, delle ansie che percorrono il nostro tempo ma anche della capacità creativa dell’essere umano di utilizzare ciò che è a sua disposizione per contenerle e vivere meglio.

* Articolo già pubblicato sull’Osservatorio Psicologia nei Media
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