L’addestramento dei cani e l’addestramento degli umani

Ian Dunbar ci dice che nell’addestramento dei cani, il primo principio da tenere presente è che occorre adottare il punto di vista dei cani. Affermazione che sembra di una banalità disarmante ma che nella pratica è troppo spesso disattesa dai proprietari di cani.

Nella sua brillante esposizione Dunbar spiega chiaramente che il problema principale della maleducazione dei cani (e della loro eventuale pericolosità) risiede nel comportamento confuso e fuorviante degli esseri umani che se ne occupano.

Quando torniamo a casa, siamo felici che il nostro cucciolo ci saluti saltandoci addosso, lo ricompensiamo con paroline estasiate, lo accarezziamo. Pochi mesi dopo, quando fa la stessa cosa, il cane riceve ogni sorta di maltrattamenti. Qual è la sua colpa? E un mastino tibetano e pesa quasi 40 kili. Il cane così viene punito per aver infranto una regola di cui non conosce nemmeno l’esistenza.

Dunbar nello spiegare che la chiave di una buona relazione con i cani consiste nel motivarli a fare quello che vogliamo, attinge a piene mani nei principi della psicologia comportamentale, un approccio che pone la sua attenzione sui comportamenti manifesti e che utilizza, nell’analisi delle associazioni tra il comportamento Stimolo e la Risposta, i principi del condizionamento.

Come definito dagli psicologi, la punizione è uno stimolo che riduce la probabilità che un determinato comportamento, appena messo in atto, si manifesti in futuro. Semplicemente. La punizione non è qualcosa di brutto, e non è affatto necessario che lo sia.

Purtroppo gli esseri umani in generale hanno pessime capacità relazionali con i cani, e questo, tristemente, si manifesta spesso anche con i componenti della propria famiglia.

A questo proposito, i cani – come altri pet – sono spesso considerati individui e veri e propri componenti della famiglia, e questo cambiamento di status ci porta gradualmente a confrontarci anche con temi etici, legali e politici.

Man mano che la scienza indaga in maniera sempre più approfondita la mente degli animali, diventa difficile riconoscere dei diritti agli animali da compagnia senza estenderli alle specie che da secoli vengono sfruttate dall’uomo.

Con buona pace di Renè Descartes e di tutti coloro che per secoli ipocritamente hanno preso per buona la sua affermazione che gli animali sono macchine, e che quindi in quanto insieme di ingranaggi non provano sofferenza, sorgono e aumentano di numero le persone che danno origine e prendono parte a movimenti per l’abolizione della sperimentazione sugli animali, per la chiusura dei circhi, per l’abolizione delle pellicce, per la salvaguardia di specie e ambienti naturali, o prendono decisioni personali che invadono il quotidiano, come la scelta di diventare vegetariani o vegani per motivi etici.

Alcune di queste istanze hanno dato luogo a leggi che combattono la crudeltà verso gli animali, ma allo stato attuale la nostra società guarda ancora agli animali in modi contraddittori e pare molto difficile costruire un sistema di pensiero coerente.

Cosa sono gli animali per noi? Che siano selvatici, vivano nelle nostre case o negli allevamenti, qual è il rapporto più appropriato verso di loro? Riconoscere dei diritti a tutti gli animali come se fossero persone avrebbe certamente anche un impatto sull’economia basata sul loro sfruttamento, è un problema di cui la società è pronta a farsi carico?

Rimaniamo, per il momento, con più domande che risposte.

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