Emozioni umane e animali. Un confronto in via di accreditamento scientifico? Ce ne parla il professor Stefano Puglisi Allegra.

Intervista a cura di Ilaria Fabbri e di Emma Maria Comensoli.

Il professor Stefano Puglisi Allegra, studioso delle basi biologiche ed evoluzionistiche del comportamento umano e animale, è docente all’Università La Sapienza di Roma e Fondazione Santa Lucia. Nella sua recente relazione esposta al Congresso “Le immagini della mente” il Professore ha messo a confronto i processi emozionali degli animali con quelli degli esseri umani. Questo è un argomento che interessa gli scienziati dagli albori della teoria dell’Evoluzionismo e rimane tuttora “aperto” e in continuo “divenire”, grazie ai progressi compiuti dalla moderna etologia e dalle neuroscienze. Nel suo libro “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”, Darwin compara le espressioni umane insieme a quelle degli animali domestici, scoprendo così, per esempio, che non siamo solo noi a tendere le labbra quando ci concentriamo o a contrarre i muscoli oculari quando ci arrabbiamo. Il grande etologo Konrad Lorenz, in un passo sconcertante per l’intuizione che precorre le conferme della psicobiologia e per la sobrietà con cui ce la espone, scrive: “Il patto di fedeltà che il cane stringe una volta per tutte con un solo padrone è una cosa molto misteriosa. Il legame si instaura in modo repentino, spesso in pochissimi giorni… da un lato non differisce dall’attaccamento di ogni cane selvatico per il leader del suo branco… però… si aggiunge una forma di attaccamento del tutto diversa…

In un precedente Congresso del ciclo “Immagini della mente” il professor Puglisi Allegra ha trattato della “psicobiologia del desiderio” e, in quella sede, ha sottolineato come i sistemi cerebrali della gratificazione siano coinvolti nei processi motivazionali e nel desiderio, che non appare legato solo alla soddisfazione del bisogno in quegli animali, come i mammiferi, che sono in grado di manifestare comportamenti normalmente ritenuti altruistici e non direttamente rivolti ad un guadagno “individualistico”.
 
Le evidenze di brain imaging, individuano le basi nervose comuni all’uomo e all’animale, ma anche le rispettive diversità: l’uomo è caratterizzato dallo sviluppo di strutture corticali che a loro volta consentono la rappresentazione delle esperienze emozionali (desiderio cosciente) e l’elaborazione complessa di comportamenti finalizzati all’oggetto desiderato. Tuttavia va considerato il fatto che nel cervello degli animali (anche superiori) non sono state individuate aree responsabili del linguaggio simbolico e dei segni, che risulta un veicolo indispensabile alla formazione e comunicazione del pensiero. E questo evidenzia il salto evolutivo della specie umana comparata al regno animale.

Per fare chiarezza su quello che la scienza può dire e non può (ancora) dire della corrispondenza emozionale tra esseri umani e animali, abbiamo interpellato il Professor Puglisi Allegra che molto cortesemente ha accettato di risponde alle nostre domande.

Congresso Immagini della mente: neuroscienze e filosofia. Le emozioni, Trieste, marzo 2011
Congresso Immagini della mente: neuroscienze e filosofia. La coscienza, Trieste, marzo 2009
L’ espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, Darwin Charles, Newton Compton 2006
L’anello di Re Salomone, Konrad Lorenz, Adelphi 2010

Intervista

1) La psicobiologia studia le connessioni esistenti tra BIOLOGIA e COMPORTAMENTO. In cosa consistono esattamente tali connessioni? Potrebbe proporci alcuni esempi esplicativi?

Le funzioni cognitive dipendono dallo sviluppo di alcune aree cerebrali che in collegamento tra loro formano dei sistemi, le cui funzioni si basano su meccanismi molecolari che sono alla base del comportamento e di alcune funzioni complesse, come l’intelligenza. Lo stesso vale per l’emozione, per l’attaccamento, per il comportamento sociale. Disturbi funzionali a carico di tali aree e/o sistemi si traducono in disturbi comportamentali più o meno gravi. Quando parliamo di comportamento  animale, possiamo riferirci ad animali molto semplici, come gli organismi monocellulari, fino ai mammiferi. Le funzioni fondamentali sono sempre quelle di adattamento, che consistono nel trovare risposte adatte ad ambienti precostituiti. Nel corso dell’evoluzione le specie si sono evolute in termini di possibilità di alternative comportamentali. Alcune specie animali hanno dei comportamenti innati che sono predisposti a rispondere a determinate condizioni ambientali, con grande efficienza, e il loro comportamento è funzionale alla nicchia ecologica precostituita nella quale si sono evoluti nel corso di milioni di anni. Questa modalità di comportamento ha dei vantaggi, è molto rapida, efficace, sicura, ma manca di flessibilità.
Nel corso dell’evoluzione, lo sviluppo del sistema nervoso ha portato ad accrescere le capacità di acquisire informazioni nuove, memorizzarle e mettere in atto strategie comportamentali adeguate in situazioni nuove, cioè ciò che chiamiamo la flessibilità, la plasticità. Questo si basa soprattutto su meccanismi di apprendimento  e di memoria. L’animale impara delle relazioni causali che avvengono nel mondo esterno e che coinvolgono l’organismo. Magari non aveva considerato la possibilità di incontrare un predatore in un ambiente nuovo, oppure la presenza di una fonte alimentare importante. Questo gli permette di accrescere le sue informazioni e le sue dotazioni e di metterle in un contesto nuovo che gli consente di programmare un comportamento flessibile. Lo sviluppo di aree cerebrali, che oggi chiamiamo sottocorticali, come ad esempio i gangli della base, ma successivamente la comparsa di aree neocorticali,  ha consentito di allargare questa capacità, di organizzare il comportamento in funzione di situazioni apprese, di mettere insieme tante informazioni ed elaborare strategie comportamentali nuove nei confronti dell’ambiente esterno e dell’ambiente sociale.
Riassumendo, i comportamenti rigidi hanno lo svantaggio che, di fronte al cambiamento di alcune condizioni ambientali, l’animale non sa rispondere perché non ha ancora le condizioni per poterlo fare. Lo sviluppo di capacità di apprendimento, di memorizzazione e di elaborazione di strategie comportamentali che dipendono dalle strutture corticali, gli consentono invece di adattarsi a situazioni nuove. Questo è particolarmente evidente nell’uomo. Ad un certo punto nel corso dell’evoluzione, arriva però qualcosa che viene comunemente considerato, secondo una certa tradizione scientifica o del senso comune, un aspetto negativo, cioè l’emozione. Nel senso comune l’emozione è considerata spesso un problema, qualcosa che abbiamo ereditato dagli “animali”, un disturbo al nostro adattamento in una società che richiede il controllo e il rispetto delle regole. Invece l’emozione è un meccanismo estremamente importante che può essere messo in rapporto all’attribuzione di valore e significato agli eventi. L’emozione non fa altro che attivare l’organismo, quando questo si trova davanti a stimoli salienti, cioè significativi per la sopravvivenza, negativi o positivi che siano. In realtà l’emozione, chiamiamola pure come “meccanismo di attribuzione di valore”, è una delle condizioni per cui viene selezionato quello che vale la pena di imparare. Si collega quindi alla funzione di innovazione, di apprendimento di situazioni nuove, di adattamento attraverso comportamenti nuovi elaborati su esperienze. L’emozione è fondamentale nel consolidamento dei ricordi. Questa è una delle acquisizione più recenti della psicobiologia di questi ultimi decenni. Viceversa, gran parte dei ricordi e delle esperienze devono essere eliminate se non hanno un valore significativo. In questo processo si creano comportamenti nuovi, tendenze nuove, attraverso un meccanismo che è un connubio tra valore emozionale e capacità di apprendimento; si apprende qualcosa che è significativo, che è segnato, marcato, da valore emozionale. Una volta imparato qualcosa che si basa su un segnale, un gradiente, un valore emozionale importante, si acquisiscono strategie nuove. Ed entra in ballo un processo che le determina, le motiva, cioè il processo della motivazione. La motivazione è qualcosa che sta come un ponte tra l’emozione e l’apprendimento. Oggi le teorie della motivazione parlano di attribuzione di salienza motivazionale, di valenze emozionali in situazioni apparentemente non significative quando queste entrano in rapporto con stimoli significativi. Questo è importante perché accade ampiamente nel regno animale. La motivazione in genere negli animali più semplici è basata su meccanismi innati: anche un organismo monocellulare si muove in direzione di gradienti più funzionali al proprio equilibrio omeostatico. Negli organismi superiori si va verso la ricerca di situazioni importanti o verso l’evitamento di situazioni minacciose, ma si creano di continuo bisogni e motivazioni nuovi perché l’esperienza casuale, in determinate condizioni e se ha un marchio emozionale, fa apprendere all’individuo che lì c’è qualcosa che vale la pena perseguire, oppure che c’è qualcosa da evitare per accrescere le possibilità di sopravvivenza.
Il termine psicobiologia sta ad identificare che l’organismo, l’individuo è unico, quindi è difficile separare la componente biologica da quella psicologica, anche se chiaramente ci sono dei piani di analisi che sono diversi. C’è un’interazione continua tra struttura biologica e struttura psicologica. L’apprendimento di una situazione con valenza emozionale è psicologico e biologico, nel senso che l’accrescimento di competenze si fonda sul sistema nervoso.

2) Le differenze comportamentali tra specie animali diverse appaiono macroscopiche e sembrano facilmente osservabili anche dai non esperti. E’ possibile, secondo lei, sostenere invece l’ipotesi che esistano più analogie che differenze comportamentali tra specie diverse?

Dipende dalle specie che si prendono in considerazione. Le analogie e le omologie comportamentali dei mammiferi sono rilevanti e riguardano anche l’uomo. Basti pensare alle cure parentali nelle specie immature alla nascita. La capacità di provare emozioni, di adattarsi nel confronto con situazioni nuove, di apprendere le relazioni nuove e di metterle in atto attraverso processi emozionali la ritroviamo nell’uomo e in tante altre specie, nei vertebrati e nei mammiferi in particolare. Le emozioni si sviluppano di pari passo allo sviluppo delle capacità cognitive, tanto è vero che da risposte emozionali semplici, man mano che si va verso organismi più complessi, compaiono emozioni estremamente sofisticate, il cui massimo è rappresentato sicuramente dall’essere umano. La cognizione, che può sembrare collegata solo all’intelligenza, in realtà include la capacità di provare emozioni in molte specie animali diverse. Oggi si sa che l’uomo condivide con gli altri mammiferi non soltanto le strutture cerebrali più arcaiche, ma anche strutture molto moderne, la più moderna delle quali, comune alla gran parte dei mammiferi, è la corteccia prefrontale, preposta all’elaborazione di strategie comportamentali sofisticate. In questo siamo molto simili, cioè non condividiamo con altri animali soltanto la parte vecchia del cervello, ma in realtà condividiamo strutture moderne e questo ci consente di imparare attraverso lo studio di specie diverse da noi, quando certe funzioni, emozioni, capacità di mettere in relazione stimoli e di eseguire comportamenti siano funzionali o disadattativi. Le componenti apprese sono notevoli: l’uomo sfrutta le capacità degli animali, insegna loro a diventare animali da trasporto, animali da esibizione, animali da compagnia, ad essere di aiuto, ad andare a caccia, a gestire altri animali da allevamento. Ma è capace anche di insegnare loro ad essere aggressivi e a combattere. In effetti tutto questo passa per situazioni di addestramento. Un individuo che ha una sua plasticità nel corso dell’evoluzione, come l’uomo, può essere addestrato, imparare a diventare un “santo”, oppure a diventare una macchina da guerra, anche se le differenze individuali pesano sempre.  E questo l’uomo lo fa nei confronti del cane. Sì, è vero che ci sono dei cani di stazza particolare che sono più adatti al combattimento, però è anche vero che è la modalità di allevamento che li porta verso una certa direzione. Le situazioni ambientali, facendo leva sulla grande plasticità di questi animali, li possono far diventare “angeli” o “diavoli”… Ma tutto ciò è dato comunque dalle strutture biologiche che condividiamo, che portano l’uomo e gli altri animali a poter parlare “una lingua comprensibile a vicenda”.

3) Posta una continuità tra mammiferi e uomo, nascono dei quesiti etici sul trattamento degli animali… o tali quesiti esulano da questo discorso?

In base a quanto detto finora è abbastanza ovvio. Anni fa si sentivano considerazioni di comodo del tipo: “l’emozione è una cosa nostra: noi sentiamo e gli animali no”. Adesso mi sembra che un’idea del genere sia fuori discussione. Ora, se si provano emozioni e queste emozioni diventano sempre più sofisticate man mano che si sale nel corso dell’evoluzione, significa che ci troviamo davanti a strutture cerebrali sempre più complesse. Significa che se si sale, in questa scala, ci troviamo davanti ad esseri che sono sempre più vicino a noi. Allora, se è così, come comportarci nei confronti degli animali visto che provano emozioni anche abbastanza complesse e che esperiscono una sorta di sofferenza psichica? Come comportarci rispetto a questi animali? Se riconosciamo loro la capacità di provare sofferenza, di diventare animali depressi, di essere animali ansiosi, di avere dei comportamenti stereotipati o non finalizzati, come quelli tipici di alcune patologie umane psichiatriche molto gravi, dobbiamo riconoscere loro una certa tutela e un certo rispetto, ma dobbiamo anche essere coscienti di averne bisogno in questo momento storico. La sensibilità scientifica rispetto a questo argomento è codificata ormai da un quarto di secolo; le leggi nell’ambito della ricerca che utilizza modelli animali hanno normative molto stringenti, che funzionano nel nostro come in altri paesi europei, così come negli Stati Uniti. Non neghiamolo, è vero che in passato ci sono stati casi di tutti i generi, però anche oggi purtroppo si verificano maltrattamenti nei confronti degli animali a diversi livelli, nelle case, nelle strade…per esempio la lotta tra i cani, i combattimenti tra animali, le corse clandestine di cavalli ecc.
Il punto è che bisogna tutelare l’animale perché riconosciamo che ha degli aspetti, soprattutto quelli emozionali, che sono molto vicini alla nostra specie. Questo viene concretamente fatto, pur non potendo fare a meno, in questo momento storico, di rivolgersi all’animale per cercare di rispondere a dei quesiti scientifici utili per l’uomo. Se poi si vuole dire che l’uomo si comporta come specie dominante, questo è vero, mi sembra che sia innegabile. Rispetto alla sua domanda, c’è continuità sì, e possiamo considerarla tale dal punto di vista delle capacità di provare piacere, di soffrire e di capire situazioni.

4) E’ possibile trarre informazioni sull’essere umano studiando gli animali? In altre parole, l’insieme degli istinti che da milioni di anni regola il comportamento animale può fornire una chiave di lettura nella comprensione, ad esempio, della psicopatologia umana?

Bisogna dire che il comportamento degli animali non è regolato esclusivamente dagli “istinti”. Negli animali dotati di sistema nervoso complesso (ad esempio i mammiferi), l’esperienza e l’apprendimento sono fondamentali nel guidare il comportamento. Le omologie e le analogie comportamentali, neurobiologiche e genetiche che caratterizzano tante specie animali permettono di comprendere sempre più a fondo le basi della psicopatologia. Per esempio, quando appare un comportamento disadattivo? Nel momento in cui perde la flessibilità. Un comportamento disadattato, per esempio, è il comportamento che induce l’individuo a perseguire sempre lo stesso obiettivo, a cui ha attribuito un valore attraverso un’esperienza emozionale indipendentemente dal fatto che questo possa essere perseguito veramente o che possa o non possa essere un guadagno per lui. Ciò è tipico di alcune patologie del comportamento, per esempio, le dipendenze. Ma cosa c’entrano le dipendenze con gli animali? C’entrano perché anche negli animali accadono situazioni di questo genere, comportamenti stereotipati, che non sono finalizzati al raggiungimento di qualcosa, ma che sono espressione di qualcosa che si è guastato ad un certo livello del sistema neuro-comportamentale, diciamo così. La condivisione di questi sistemi nervosi e comportamentali tra uomini e animali consente oggi di analizzare le disfunzione a carico di questi sistemi che sono comuni. Certi animali, così come l’uomo, possono andare incontro a disfunzioni del comportamento motivato (che sono alla base della patologia) nel senso che attribuiscono un significato e una valenza emozionale eccessiva a degli stimoli che possono essere piacevoli, ad esempio le sostanze. Tenete presente che quando si parla di sostanze negli animali si pensa che siano delle forzature (e in parte lo sono), ma ormai da tantissimi anni ci sono degli studi, anche divulgativi, secondo i quali diverse specie animali in natura ricercano in varia forma e raggiungono delle sostanze che oggi noi chiamiamo di abuso. Anche quella da gioco d’azzardo viene considerata una dipendenza, nel senso che l’individuo non fa altro che restringere il proprio campo di azione e viene diretto principalmente da qualcosa che diventa ripetitivo. Secondo il DSM IV, una delle caratteristiche della dipendenza, la così detta compulsione, consiste in una sorta di “guasto” del meccanismo che porta verso un comportamento che non è più adattivo, si perde cioè la flessibilità. I disturbi dello spettro ossessivo compulsivo rientrano in questa categoria. Meccanismi di questo genere stanno alla base di altre patologie, la depressione per esempio: si può anche imparare ad attribuire valore eccessivo a esperienze negative, non soltanto a quelle positive. Lo stesso si può vedere quando si fugge da stimoli che sono sicuramente negativi, però lo si fa in maniera sproporzionata e questo succede nei disturbi d’ansia. Ora, il punto essenziale, visto che il nostro argomento è il mondo animale, è che vi sono determinati animali che si avvicinano di più a noi e quindi hanno più flessibilità comportamentale. Se questa flessibilità comportamentale, così come può succedere a noi, si guasta, consente all’uomo di approfondire delle conoscenze su alcune specie diverse da quella umana, ma con le quali condivide moltissimo dal punto di vista del comportamento e delle strutture nervose.

5) Le emozioni umane più complesse come l’empatia e la compassione, sono rese possibili dalla rappresentazione mentale del Sé. All’interno del mondo animale, uomo escluso, possono esserci sottogruppi (per esempio, i primati) in grado di accedere alla soggettività delle loro emozioni? In altre parole, gli animali hanno coscienza di sé?

Oggi si comprende che complessi sistemi all’interno del sistema nervoso dei mammiferi, sistemi che comprendono aree neocorticali  (il cervello moderno in termini evolutivi) e sottocorticali, consentono a molte specie animali di avere una “conoscenza” di sé, una sorta di sé nucleare, attraverso la percezione dei cambiamenti continui dell’organismo, in modo particolare quelli legati all’emozione. Il premio Nobel M. Edelman tanti anni fa parlava di “coscienza primaria”, quella degli animali, e di “coscienza di ordine superiore”, quella dell’uomo, caratterizzata da funzioni cerebrali uniche che sostengono la memoria e la così detta categorizzazione semantica, espressione quest’ultima del contributo del linguaggio al pensiero.

6) Per quanto riguarda la sfera emotiva, possiamo dire che una delle sue funzioni fondamentali è inerente alla comunicazione. I mammiferi, uomo escluso, comunicano e ricevono emozioni? Se sì, è possibile definire “finalizzata” questa comunicazione/scambio tra loro e verso di noi?

Una funzione essenziale dell’emozione è la comunicazione, come Darwin ha mostrato nella sua opera pionieristica e illuminante “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”. I mammiferi, uomo incluso, comunicano emozioni tra individui della stessa specie e tra individui di specie diverse. Non voglio cadere nel personale, ma credo di poter condividere con molti la consapevolezza che il mio cane si accorge quando sono di cattivo umore, così come io mi accorgo quando lo è lui. Del resto l’emozione nasce nel corso dell’evoluzione come comunicazione di uno stato: ecco, ti avviso che sto per aggredirti o ti avviso che se tu non vai via da questo mio territorio, io ti aggredisco. Significa cioè comunicare un disagio o qualcosa di positivo per interagire con l’altro.

7) In passato alcuni animali erano tenuti in conto solo perchè utili all’uomo e del resto, secondo questa logica, l’allevamento di animali da carne o da lavoro è perfettamente comprensibile, ma perchè allevare, o meglio “addomesticare” un cane o un gatto? Si può ipotizzare l’esistenza di un vero e proprio legame di attaccamento tra l’essere umano e il suo animale da affezione o pet e viceversa? E che significato e che funzione può avere questo rapporto di scambievole amicizia tra specie animali diverse?

L’attaccamento è un argomento abbastanza complesso. Recentemente a Trieste avevo indicato uno studio nel quale veniva presentato un abbozzo di empatia del cane nei confronti dell’uomo. Il che significa che durante il processo dell’addomesticamento, che può avvenire solo se ci sono le condizioni perché un animale possa entrare in simbiosi con l’uomo, si è sviluppata la capacità di comunicare a vicenda, di capirsi ecc. L’uomo comunica con il cane, ma anche con il cavallo: la relazione uomo-cavallo è molto simile a quella uomo-cane. Gran parte di queste specie sono specie sociali, il cui sviluppo è basato non solo su meccanismi genetici, ma anche su esperienze che devono avvenire in un certo momento. Non solo, ma il rapporto con altri individui, come quelli che danno le cure parentali, è fondamentale per lo sviluppo cognitivo, emozionale, fisiologico e immunitario: il contatto sociale, attraverso varie forme di comunicazione è fondamentale alla vita di queste specie. Il legame di attaccamento esiste ed è reciproco, sicuramente. Per questo non bisogna andare molto lontano, è visibile in tanti casi. Certo si discute molto di quanto sia reciproco tra specie di animali, io non vorrei disturbare la suscettibilità di nessuno, però se posso dire una cosa è vero che i cani e i gatti litigano sempre, per definizione, ma naturalmente litigano anche i padroni dei cani e i padroni dei gatti, ognuno racconta  un’esperienza diversa. Il punto è che c’è un attaccamento dell’uomo nei confronti dell’animale e ognuno di noi vive con l’animale una sua simbiosi. Forse questa simbiosi è più intensa con alcune specie, perché dimostrano un attaccamento più vicino ai canoni di quello umano. È vero che anche il gatto esprime un attaccamento. Il cane ha un attaccamento che altre specie credo non abbiano mai dimostrato; i racconti sui cani che fanno qualcosa per i padroni, che sono capaci di attese o di sacrifici, non sono storie inventate. Questo ci dice che c’è qualcosa di attendibile, che esiste un attaccamento tra due individui di specie diverse. Attaccamento non nel senso in cui tecnicamente lo si definisce. E’ possibile che il cane cerchi nell’uomo il suo “capo branco”, al quale farebbe riferimento se vivesse in natura all’interno di un gruppo, e che l’uomo cerchi nell’animale qualcuno da accudire o il sostituto di un amico comprensivo. In ogni caso, uomo e animale condividono una caratteristica specifica: lo sviluppo delle capacità di attaccamento attraverso il rapporto parentale durante le prime fasi dello sviluppo. Il cane è una specie che, come l’uomo, ha bisogno del contatto materno per potersi sviluppare correttamente. Tutto questo porta i soggetti adulti, di specie diverse, in qualche modo ad “incontrarsi”, a sviluppare delle disponibilità, delle capacità che diventano complementari perché hanno origine dallo stesso terreno, quello delle emozioni.

8 ) Il legame che unisce l’uomo al suo pet è caratterizzato da intimità e fiducia, tanto che gli animali spesso condividono con l’uomo spazi intimi come la camera da letto o il letto stesso. Una tale immersione dentro l’universo linguistico e mentale umano è in grado di modificare qualcosa nell’ “evoluzione psichica” dei nostri amici animali? E nella nostra?

Il legame tra l’uomo e il suo pet è caratterizzato da fiducia: è proprio questo il punto perché ci sono anche persone che hanno paure forti nei confronti degli animali, in quel caso lì si verifica esattamente la situazione opposta. Per quanto riguarda l’immersione nell’universo linguistico e mentale dell’uomo, mah… la comunicazione tra animali esiste, gli animali comunicano tra di loro. Il linguaggio però è un discorso diverso, si basa su strutture nervose tipiche della nostra specie. Gli animali comunicano, hanno sistemi di comunicazione sofisticati che sono in grado di comunicare in modo simbolico con noi: il nostro cane impara che una determinata parola vuol dire qualcosa, impara la gestualità, impara il linguaggio del corpo, i gesti del padrone sono significativi per lui. Che questo possa portare ad un’evoluzione, è difficile dirlo, l’evoluzione è un processo molto lungo. In noi umani si traduce forse nella capacità di affinare la nostra sensibilità verso esseri viventi di altre specie, caratteristica che sarebbe davvero utile incrementare in tanti esseri umani.

9) E’ di questi mesi la notizia di un progetto di pet-therapy rivolto ai giovani di Giulianova che si ispira a CARTA MODENA 2002, la Carta dei Valori e dei Principi sulla relazione Uomo – Animale, patrocinata dal Ministero della Sanità. Secondo questo documento, l’interazione uomo-animale presenta importanti valenze emozionali, cognitive, formative, assistenziali e terapeutiche che vanno promosse, tutelate e valorizzate all’interno della società. Quale è il suo parere in merito?

Il rapporto con l’animale porta a fare un discorso sulla Pet Therapy. Uno dei campi della psicobiologia, è la psicologia comparata che recentemente si è occupata di questo tema. D’altra parte nel mio contesto lavorativo talvolta ho a che fare con dei clinici che dimostrano un interesse per questo approccio terapeutico. Inoltre ho riscontato molto interesse tra gli studenti su questo argomento in questi ultimi anni. Per quanto riguarda il progetto di Giulianova, mi sembra importante che la Pet Therapy abbia avuto un’esperienza codificata in più in Italia. Dato quello che abbiamo detto brevemente fino adesso, la capacità di trovare simbiosi e provare comunicazione emozionale, quindi affetto e affezione, tra specie esiste. In un mio libro da studente ho recuperato una foto che mi porto spesso appresso nelle mie presentazioni e discussioni:  è la foto di un magnifico dalmata vicino ad un bambino piccolo e i due  si guardano. La inserisco in una delle diapositive quando introduco il paragrafo “attaccamento”. Vedo che a volte lascia un po’ perplessi. Perché attaccamento? Ma perché l’attaccamento ci può essere, in specie diverse, in fasi diverse della vita, e comunque in specie che capiscono cos’è l’attaccamento perché vivono e si sviluppano a condizione che ci sia un legame di attaccamento. Un bambino che non abbia le cure parentali adeguate o un giusto contatto sociale, così come un topo, come un cane o come un gatto, avrà uno sviluppo disfunzionale alla vita. Questo ormai si è accertato sulla base di meccanismi comuni. E allora diciamo che ci si può capire con l’animale. Quando interviene, quando entra in ballo l’animale? Quando l’animale dà più fiducia percepita rispetto ad un essere umano. Secondo me può essere importante nello sbloccare determinate chiusure che un individuo può avere nei confronti di un altro essere umano, nel superare problemi di natura emozionale nei confronti di altre persone. L’animale è più “alla portata di”, la comunicazione con l’animale è più immediata, è avulsa dal linguaggio che è tipico ed esclusivo della nostra specie (anche se ci sono degli abbozzi in altre specie) e quindi porta direttamente al “sentire”. E’ una comunicazione diretta, è un po’ come l’innamoramento, per certi versi, e quindi ha la capacità di smuovere, di creare un contatto, un po’ come si diceva una volta per la terapia dell’autismo “di aprire la finestra alla disponibilità”, a rapportarsi con altri. L’animale lo consente perché l’animale interessa, diverte, smuove, mette in movimento degli stimoli, delle motivazioni positive. Paradossalmente, pur essendo un animale, non incute il timore che potrebbero incutere altre persone. Viceversa l’animale mostra spesso un grado di  partecipazione e di coinvolgimento nel rapporto con i suoi “umani di fiducia” tali che si potrebbero interpretare quasi come sentimenti di gioia e questo ci può far capire il senso del voler stare bene insieme. La Pet Therapy è utile in questo senso e si basa a mio avviso su queste caratteristiche. Quindi nella terapia l’animale può essere davvero estremamente importante.

*Articolo già pubblicato sull’Osservatorio Psicologia nei Media

Notizie Correlate

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *