Steve Jobs è morto, viva Steve Jobs

Milioni di persone in tutto il mondo in queste ore commentano la morte del fondatore della Apple, Google risponde alla ricerca con quasi due milioni di risultati, giovedì 6 ottobre il trend per l’hashtag #jobs ha raggiunto quasi il 18% a livello mondiale, non c’è mass media che non gli abbia dedicato un servizio, mentre sui siti personali e sulle bacheche dei social network rimbalzano estratti, citazioni e video del suo discorso alla Stanford University, come se Jobs non avesse quasi detto altro nel corso della sua vita (il che corrisponde al rodato meccanismo di prelevamento di un prodotto dallo scaffale all’altezza degli occhi nel supermercato).
Nonostante l’annuncio della scomparsa dato dalla sua azienda non avesse potuto essere più zen, in chiaro Apple style, esso sembra aver scatenato un tornado, come il battito delle ali della famosa farfalla brasiliana.

Che cosa sta succedendo? Improvvisamente il mondo viene illuminato dal guru di Cupertino? L’umanità sta compiendo un balzo in avanti nel suo sviluppo spirituale?
Purtroppo no. Non soltanto perché i contenuti del suo “messaggio” non rappresentano niente che non sia già stato detto da pensatori e filosofi e, come vedremo, danno voce a un mito del tutto contemporaneo e occidentale, ma anche perché non è sufficiente collezionare e ripetere passivamente  delle frasi per “formarsi”, tentare di dar forma al proprio sviluppo.

Ritengo interessante analizzare questo tam tam virale con gli strumenti della psicoanalisi di gruppo, in quanto possiamo vedere in azione alcuni concetti teorici che delineano il funzionamento mentale.

Secondo il pensiero bioniano l’uomo si caratterizza per la capacità di pensare, consciamente e inconsciamente, ove aderire alla mente gruppale è un modo per costruirsi un’identità di appartenenza senza pensare. In gruppo è facile assumere modalità di apprendimento di tipo imitativo e ripetitivo, per descrivere le quali Meltzer ha coniato il concetto di relazione oggettuale bidimensionale. Egli ha descritto questo genere di comportamento di gruppo come una forma di “funzionamento mimetico rispetto alle qualità superficiali di apparenza” e svolge diverse funzioni.
Soltanto quando il gruppo funziona come Gruppo di Lavoro è in grado di pensare, mentre quando il gruppo si trova in Assunto di Base ha un funzionamento di tipo protomentale, più arcaico.

La Bick, lavorando con gli autistici, ha introdotto il concetto di identificazione adesiva descrivendola come un’identificazione di tipo narcisistico ma più primitiva, un processo mediante il quale ci si  “incolla” all’altro, lo si include in se stesso e si diventa uguali a lui.
Un prototipo dell’identificazione adesiva è il bambino che gioca con la macchinina e si identifica con suo padre: con il gioco non acquisisce i tratti profondi della sua struttura mentale ma si limita ad operare un’imitazione superficiale e fugace di alcuni elementi esterni.
Normalmente il gioco del bambino ha natura simbolica, a differenza delle operazioni di natura asimbolica tipiche degli stati autistici, e quindi esso risulta essere una tappa evolutiva utile e necessaria. Tuttavia negli adulti rimangono dei residui dei funzionamento mentale più arcaico che, in determinate condizioni, possono manifestarsi; in altri casi le carenze dello sviluppo sfociano nella costruzione di quello che Winnicott ha definito Falso Sé, una personalità non necessariamente patologica che porta ad agire in maniera compiacente, conformista e non creativa.

In questo momento storico c’è un funzionamento adesivo prevalente diffuso e ciascuno di noi può facilmente scivolare da un funzionamento più adulto ad uno più arcaico o, per dirla con la terminologia di Meltzer, da un funzionamento tridimensionale a uno bidimensionale. I mass media, in tutte le loro declinazioni, tendono a incentivare il vivere passivamente, a mutuare i propri desideri da quelli di massa spingendo verso un’uniformità che paralizza il pensiero e attraversa il conformismo e l’anticonformismo.

Apple per molto tempo ha cercato di rappresentare l’alternativa al pensiero dominante, proclamata nello slogan minimalista che ci ha bombardato per anni “Think different” e il cui acme probabilmente è racchiuso in questo spot che ha Dario Fo come voce narrante.

Questo film lo dedichiamo ai folli, agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Costoro non amano le regole, specie i regolamenti, e non hanno alcun rispetto per lo status quo. Potete citarli, essere in disaccordo con loro. Potete glorificarli o denigrarli, ma l’unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli. Perché riescono a cambiare le cose, perché fanno progredire l’umanità. E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio. Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.”

“Seguire i propri sogni”, che è in sintesi il messaggio dell’inflazionato video di Stanford, è parte della mitologia contemporanea, prodotta da un mondo inquinato e globalizzato che può scarsamente coltivare sogni e guardare al futuro con fiducia. Per il momento, siamo tornati all’appiattimento.

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