Tra arte e follia

Tre artisti hanno contribuito a dare vita al video selezionato per questa edizione. Vincent Van Gogh, Don McLean e Antony DiFatta.

Il primo, Vincent Van Gogh, è un pittore olandese vissuto nel diciannovesimo secolo e morto suicida all’età di 37 anni. Negli anni si è discusso molto della sua follia, e in che modo essa abbia influito sul suo lavoro. Più di 150 psichiatri hanno tentato di classificarla e hanno offerto una trentina di diagnosi differenti, tra le quali schizofrenia, disturbo bipolare, sifilide, avvelenamento da piante, epilessia del lobo temporale, porfiria intermittente acuta, ciascuna di esse aggravata dalla malnutrizione, dal superlavoro, dall’insonnia e dall’alcolismo. Non va dimenticato tuttavia, che nonostante la malattia, Van Gogh ha dimostrato nella sua vita anche una grande forza e ha continuato a creare fino alla sua morte, e quindi credo che possiamo convenire con il critico d’arte Robert Hughes che i suoi ultimi lavori mostrano un artista all’acme della sua abilità, che controlla completamente l’espressione e che “aspira alla concisione e alla grazia”.

La sua produzione artistica è vastissima, stiamo parlando di oltre 2000 opere, sebbene egli abbia cominciato a dipingere solo dopo i vent’anni e abbia vissuto molti periodi bui nella sua breve vita. Van Gogh trovava ispirazione nel mondo e nelle persone che lo circondavano, e lavorava infondendo vividamente le impressioni che il soggetto gli suscitava. L’artista, come già altri pittori prima di lui, trascendeva la mera riproduzione del reale per cercare di far scorgere l’aspetto vibrante e anche triste della vita.
Sarebbe bello poter sentire pienamente come egli plasmava la materia per trasformarla nell’energia spirituale che pervade i suoi quadri, ma per raggiungere questo scopo e percepire profondamente ogni singola pennellata, occorrerebbe avere l’opportunità di ammirarli dal vivo.
Gran parte delle sue opere sono ospitate al Van Gogh Museum di Amsterdam ma data l’ampiezza della sua produzione in ogni continente – esclusa l’Antartide – ci sono esposizioni al pubblico dei suoi lavori. Tuttavia, per chi non ha questa possibilità al momento attuale, internet offre a mio avviso una valida alternativa per godere della sua arte e magari, perché no, destare il desiderio di programmare una visita a una mostra.

La Notte Stellata è stato dipinto “a memoria” da Van Gogh durante il suo ricovero nel manicomio di Saint-Rémy nel giugno del 1889 ed è attualmente conservato al MOMA di New York. E’ uno dei più conosciuti e forse il più misterioso dei suoi quadri, con quei vortici di luce e colore dal grande impatto emotivo, ed ha ispirato il cantautore statunitense Don McLean a comporre il brano “Starry Starry Night”, una canzone in cui il cantante immagina una conversazione con il pittore.
McLean compose il brano nel 1971, esattamente 40 anni fa, e con esso sembra essere riuscito a cogliere l’anima dell’uomo Vincent oltre i suoi dipinti, e ad esprimerla con la dolcezza delle sue parole ma anche grazie alla tenerezza e all’autenticità con cui usa la propria voce. Ascoltandola, immergendosi in essa, è difficile non lasciarsi andare alle lacrime per quanto sia toccante e non si può che vederla come un omaggio – che trafigge il cuore – di un artista a un altro artista.

Da ultimo, quantomeno in ordine temporale, è entrato in scena l’artista Anthony DiFatta, che ha curato il montaggio di uno slideshow composto da numerose riproduzioni di quadri di Van Gogh con la canzone “Starry Starry Night” come sfondo sonoro, fondendoli in un video che attualmente ha raccolto oltre 5 milioni di visioni su YouTube.
Il nostro terzo artista, colui che ha reso possibile la fruizione congiunta di immagini sublimi e una musica celestiale, ha sofferto lui stesso di problemi mentali e ha creato il video all’interno di un percorso creativo per gli ospiti del Mississippi State Hospital a Whitfield, Mississippi.

Un luogo comune vede abbinati arte e follia, o “genio e sregolatezza”, a volte estremizzando il concetto al punto di sostenere che non esista arte senza follia, come se la seconda fosse la sorgente imprescindibile della prima. Ma se è vero che un artista può essere folle, non tutti i folli sono artisti.
Da questo piccolo excursus credo appaia evidente che l’artista, per ottenere il suo scopo – riassumibile nella frase di Paul Klee “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è.” – deve essere in grado di ricondurre quella che può essere la sua “folle” visione del mondo, e in un certo senso addomesticarla, entro stilemi espressivi che non hanno a che fare con la stereotipia, la disorganizzazione e le diverse costrizioni mentali che imprigionano una persona affetta da disturbi psichici, a pena di fallire il suo obiettivo. Per questo, si afferma che l’Arte è Terapia.

*Articolo già pubblicato su Osservatorio Psicologia nei Media.

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