Lo diresti al tuo psicologo?

Si tratta di un video che appartiene a una piccola serie dedicata al precariato e che ha suscitato vivaci discussioni nella comunità professionale degli psicologi.
Alcuni colleghi ne hanno colto la genialità, in quanto fanno uso di una comunicazione paradossale per mostrare d’impatto certe dinamiche che quasi tutti coloro che svolgono professioni intellettuali si sono trovati a sperimentare in prima persona. Quasi che il fatto di non avere un oggetto tangibile tra le mani alla fine della transazione induca una sorta di cecità nel cliente.

Infatti non capita soltanto ai “creativi” di sentirsi dire “Ti dò l’occasione di fare esperienza, tanto tu ti diverti a fare il tuo lavoro”, ma anche agli psicologi, sebbene con sfumature diverse quali la reazione di sorpresa alla richiesta di pagamento alla fine di un colloquio o frasi più o meno cortesi che sottintendono “Ma come, il suo lavoro non consiste nell’aiutare generosamente gli altri? Che psicologo è se si fa pagare?”
Si potrebbe anche pensare che le persone con cui gli psicologi hanno a che fare abbiano delle problematiche legate all’area del denaro e dell’autostima con maggiore frequenza rispetto ai committenti di altri professionisti, tuttavia questo atteggiamento sembra più legato alle professioni intellettuali in generale che non alla singola patologia.
Assumere che lo psicologo si diverta, o non stia lavorando veramente, o debba essere generoso per il fatto stesso di esercitare una professione d’aiuto origina probabilmente da alcuni pregiudizi – se non da un atteggiamento cinicamente utilitaristico –  ma è talmente pervasivo che riesce addirittura, in taluni casi, a “contagiare” dei giovani colleghi; molti di loro infatti entrano nella professione dando per scontato che non saranno pagati e si sottopongono a mille lavoretti gratuiti sperando che, prima o poi, qualcosa accada.

Occorre dire però che c’è anche un altro aspetto: in una relazione di lavoro (come in qualunque relazione) ciascuna delle parti ha un ruolo nel definire l’esito della transazione, e in questi video c’è una parte – certamente significativa – che non viene raccontata, cioè tutto quello che precede la committenza vera e propria.
Ad esempio vi sono colleghi che per motivi di marketing offrono alcune prestazioni gratuitamente: in questi casi il contesto è chiaro, definito a priori, e non ricade nella categoria di casi di cui qui ci occupiamo.
Invece, se pure questi sgradevoli episodi possono potenzialmente capitare a tutti, nel caso in cui continuino ad accadere occorre insospettirsi, e valutare quanta e quale parte del problema risieda in chi continua ad interpretare il ruolo di “vittima” della situazione.

Vittime e carnefici sono sempre legati a doppio filo, in una dinamica circolare, e questo video da un certo punto di vista può essere considerato come un tentativo di “compensazione” per le offese ricevute da parte di una categoria che si sente “vittima”.
Tentativo che peraltro utilizza uno stile di comunicazione moralistica, semplicistica e manichea, in cui uno degli attori è furbescamente “cattivo” mentre l’altro è il “buono” innocente che viene fregato.
Questa si può considerare la pecca maggiore dell’iniziativa: non solo i video potrebbero essere istruttivi per aspiranti furbetti alla ricerca di modi per sentirsi “potenti”, ma soprattutto non convinceranno nessuno a cambiare comportamento. Essi risuonano bene per chi si identifica nella parte della “vittima”, che si sentirà compreso e difeso, ma sono del tutto inefficaci per chi è furbetto o avido e fa di questo il proprio stile di vita – Cetto La Qualunque insegna -, perché la “vittoria” ha un sapore troppo dolce e alla fin fine la dinamica risulta paradossalmente normale (in termini psicologici si direbbe egosintonico): se essi credono che l’altro si diverta, non stia veramente lavorando o debba essere generoso questo fa parte della loro patologia ed é talmente radicato nella personalità che si potrebbe affrontare solo con un percorso di una certa lunghezza.

Senza scordare il contesto sociale, culturale ed economico in cui siamo immersi, per uscire da queste dinamiche occorre compiere dei passi in direzione della consapevolezza di sé e dell’assunzione di responsabilità.
Accade di frequente che una persona incompetente nella materia veda il risultato di un prodotto dell’ingegno come una cosa semplicissima da realizzare – e conseguentemente di scarso valore -, molto probabilmente perché le manca la percezione di tutta la mole di lavoro che è stato svolta prima di poter ottenere quel “semplice” risultato, gli anni di impegno e studio quotidiano, gli approfondimenti e le ricerche, la fatica e a volte la noia, tutto ciò che sta a monte nella formazione di un professionista. A tutti costoro credo che nessuna replica possa essere più folgorante e stringata di quella che Bruno Munari dava ai detrattori della sua opera: “Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch’io, vuol dire che lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima”.

* Articolo già pubblicato su Osservatorio Psicologia nei Media

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