Gli psicologi aprono un negozio

SEGNALAZIONE

Spettabile Osservatorio,
guardate cosa mi ha inoltrato un mio amico.
http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_novembre_11/psicologo-centro-commerciale-1902125720791.shtml
Io lo trovo raccapricciante. Non credo che si faccia così la psicoterapia accessibile a tutti. Che vergogna.

Lettera firmata

COMMENTO REDAZIONALE DELLA DR.SSA GABRIELLA ALLERUZZO
L’articolo segnalato (che non riproduciamo per rispetto del copyright) annuncia l’apertura di un negozio di psicologi in un centro commerciale di Milano, e introduce un argomento che non è banale come sembra.
E’ un dato di fatto che la disoccupazione o la sottooccupazione degli psicologi è quantitativamente consistente. Ancora 3 anni fa l’Osservatorio aveva lanciato un allarme sulla clamorosa assenza di una politica professionale in presenza, invece, di un numero di psicologi – tra iscritti all’Albo e in formazione nelle Università – chiaramente sovradimensionato rispetto alle possibilità di assorbimento da parte del mercato del lavoro, quanto meno in campo clinico. Da allora, se la situazione è cambiata non è certo migliorata. Nel più grande ateneo italiano, Psicologia è confluita a Medicina e con la finanziaria 2011 pare si voglia estendere l’obbligo degli ECM (Educazione Continua in Medicina) agli psicologi. Una professione quindi che sembra assumere con sempre maggior connotazione il profilo sanitario, quello più logoro, anche se gli ambiti di applicazione della psicologia sono potenzialmente moltissimi.
Da questo punto di vista, le iniziative che mirano a inserire maggiormente gli psicologi nel tessuto sociale sono interessanti e meritano un’osservazione ravvicinata, evitando giudizi affrettati.

E quale luogo è più centrale oggi, per la socialità, delle cattedrali del consumo di cui i centri commerciali sono il prototipo? Come ha ben puntualizzato il sociologo George Ritzer, sono dispositivi che consentono, incoraggiano e ci “costringono”a consumare beni e servizi, non-luoghi di falsa aggregazione finalizzati a spingere l’iperconsumo contemporaneo fino a soddisfare (apparentemente) qualunque bisogno, novelle istituzioni totali dall’aria scanzonata e un fondo di ferocia. Quando si va in un centro commerciale, anche ogni giorno, è possibile non interagire con nessuno, e la sua struttura è organizzata in modo da convogliare i consumatori in percorsi predefiniti, che mentre favoriscono l’isolamento allettano al consumo. Un negozio di psicologi collocato in un centro commerciale sembra quasi un ossimoro.
In ogni caso, qualunque studio professionale è sottoposto a valutazioni da parte del cliente che riguardano anche la competenza del professionista come ha rivelato una recente ricerca dell’Università di Columbus, Ohio. Se le persone giudicano le capacità del terapeuta in base all’aspetto dello studio, quale sarà il messaggio che trasmette il negozio che vediamo in fotografia? Si presenta in modo colorato, accattivante e dinamico con una grande scritta: “L’esperto RISPONDE”. Un luogo in cui trovare soluzioni rapide e a buon mercato, sembrerebbe.

Per approfondire un po’ gli aspetti relativi al setting e alle ricadute “meta” sulla professione, abbiamo chiesto a Giorgio Blandino, professore di Psicologia Dinamica presso l’Università di Torino, di esporre il suo punto di vista sull’iniziativa, e con lui concludiamo: vedremo.

PARERE DEL PROF. GIORGIO BLANDINO
E’ apparsa recentemente sul Corriere della sera una curiosa notizia dal titolo: “Gli psicologi aprono il negozio”. Si tratta, come si legge nell’articolo, di una sorta di Pronto Soccorso Psicologico ubicato in un negozio che si affaccia su una via commerciale di Milano e sulle cui vetrine fa bella mostra di sé la scritta “L’esperto risponde” a indicare che, entro questo negozio-studio, vi lavora un team di psicologi e psicoterapeuti. Le persone che hanno problemi possono entrare, senza appuntamento, e a costi ridotti, per parlare dei loro problemi potendo, in questo modo, come recita l’articolo, “superare l’imbarazzo dell’«ultimo miglio» vale a dire la telefonata a una segretaria, la diffidenza del primo incontro”.

Questa iniziativa non rientrerebbe, a rigore, nel campo di attenzione dell’Osservatorio Psicologia nei Media, se non per il fatto che viene segnalata su un giornale. Merita tuttavia di essere presa in considerazione perché mette in gioco il ruolo pubblico e la percezione della nostra disciplina e professione che è proprio ciò l’Osservatorio vuole monitorare. Immagine messa in gioco anche da recenti iniziative, che lasciano tanto sorpresi quanto perplessi, come quelle di certi psicologi che si sono inventati di vendere i loro servizi in “pacchetti” scontati su Groupon (ma l’Ordine sta per pronunciarsi in merito sulla falsariga di ciò che ha già fatto l’Ordine dei Medici).
Per quanto riguarda l’iniziativa milanese è indubbio che si presenta come tanto sorprendente quanto problematica, più che critica in senso stretto, nel senso che ha alcuni pro e molti contro.

Cominciamo dai pro.
E’ da accogliere con simpatia, lo spirito di iniziativa dei giovani colleghi in specie oggi che il mercato del lavoro (e non solo quello psicologico) è così drammaticamente fermo. In altri termini è da accogliere con benevolenza (non paternalistica), una certa qual fantasia nell’inventarsi nuovi modi di svolgere la professione.
E’ da condividere il tentativo di desacralizzare la psicologia togliendole un po’ quell’aura mistica, che talvolta permane presso il pubblico, e una certa soggezione che l’incontro col professionista può ingenerare in specie nelle persone un po’ più sprovvedute culturalmente, ma egualmente bisognose di aiuto. Magari questa iniziativa potrebbe andare incontro a tutti quegli extracomunitari che non sono bene informati sui servizi. E’ da apprezzare quindi lo sforzo di portare la psicologia verso un pubblico più vasto.
E’ ancor più da apprezzare che si vogliano demistificare e decolpevolizzare le problematiche personali presentandole per quello che sono: situazioni che fanno soffrire e che necessitano di un aiuto per essere risolte.

Ma, a fronte di questi pro, ci sono altri elementi che, a mio modo di vedere, sono criticabili: tre di ordine professionale e due di ordine strutturale.
In primo luogo trovo discutibile, molto discutibile, che, quando si parla di psicologia, qualcuno si presenti non solo come un “esperto”, ma addirittura come uno “che risponde”. Ho sempre pensato che la psicologia sia una scienza delle domande piuttosto che delle risposte. Ho sempre pensato che lo psicologo dovrebbe aiutare il suo interlocutore a trovarsi le risposte da solo, piuttosto che fornirgliele al posto suo, già confezionate. E ho sempre dubitato che lo psicologo sia un esperto. Esperto di che? Della condizione umana? Dei problemi della vita? In altri termini, presentarsi come persone che sono esperte e danno risposte, mi pare un tantino – come dire? – onnipotente e quindi tale da incrementare proprio quella falsa idea della psicologia, come di una scienza, onnipotente appunto, che tutto sa e per tutto ha risposte. Questo è proprio quell’atteggiamento così diffuso, così stigmatizzabile e, devo dire, anche così insopportabile, che si osserva in gran parte dei media quando si parla di psicologia. Perciò non si fa un bel servizio alla nostra scienza e alla nostra professione presentandola in tal modo, vale a dire si va a colludere proprio con le idee più sbagliate che spesso l’opinione pubblica ha della psicologia. Ora qui il problema è: sono consapevoli di questi rischi i giovani colleghi milanesi che si sono inventati la psicologia pret-a-porter on-the-road? O no?
In secondo luogo trovo discutibile il proporre “tariffe scontate” (vedi Groupon di cui sopra). E’ vero che si va verso la liberalizzazione delle professioni, l’abolizione degli Ordini, l’eliminazione delle corporazioni, la fine dei tariffari, la libera concorrenza, il meraviglioso futuro del libero mercato ovvero tutto ciò che renderà l’Italia una luminosa e moderna democrazia senza più debiti e deficit (quante cose può fare la libera concorrenza; o no?). Ma l’abbassamento delle tariffe con la scusa di aprire la psicologia a un pubblico più vasto e meno abbiente, e in un contesto/setting come quello descritto poi, mi sembra più una operazione da supermercato (prendi tre paghi due) che una operazione professionalmente qualificata.
In terzo luogo l’idea di aggirare la fatica della prima telefonata per superare “l’imbarazzo dell’ultimo miglio” mi sembra quantomeno ingenua. Infatti, com’è noto a chi svolge attività psicoterapeuta, la prima telefonata di un paziente apparentemente costituisce il primo momento per quanto riguarda il contatto con lo psicoterapeuta prescelto, ma, di fatto, è l’ultimo passo di un processo tutto interiore di riflessione cominciato da lungo tempo. In altri termini la prima telefonata presuppone un lungo lavorio psichico antecedente che implica una presa di coscienza delle proprie difficoltà e la scelta di volerle affrontare. Aggirare questo momento non è facilitare l’incontro, ma trasformarlo in una operazione superficiale, come se all’ingresso del “negozio psicologico” ci fosse un immaginario cartello con su scritto: entrata libera. Ma cosa si fa quando si entra liberamente in un negozio? si va a vedere, non necessariamente per comprare, piuttosto per mera curiosità. Ma questo è ben diverso che responsabilizzarsi rispetto ai propri problemi e ricercare un aiuto. Altro che ultimo miglio: qui non abbiamo iniziato neppure il primo passo.

Fin qui gli aspetti strettamente professionali. Ma ci sono, a mio modo di vedere, due radicali obiezioni da muovere che fanno riferimento ad aspetti strutturali di fondo, nel modo di intendere la psicologia e i servizi che eroga.
Mi trovo infatti totalmente dissenziente di fronte allo psicologo che parla genericamente di psicologia senza precisare di “quale” psicologia parla. Non si fornisce un bel servizio all’utenza in questo modo, anzi si incrementa la confusione e/o si fa una operazione manipolatrice. Sarei curioso di sapere se in questo tipo di servizio sono a disposizione del pubblico le informative sulle varie teorie, tecniche e metodi che gli psicologi usano e se, agli utenti, si spiega quali siano le teorie e i modelli clinici cui fanno riferimento quei colleghi, in linea con le direttive dell’Ordine Nazionale che, due anni fa, ha firmato un accordo con le associazioni dei consumatori proprio per salvaguardare gli utenti, non tanto da possibili abusi, ma da confusioni o disinformazioni. Fornire un servizio o una consulenza psicologica non vuol dire nulla: bisogna sempre precisare all’interlocutore quale specifico servizio viene fornito (psicodiagnostico, psicometrico, psicoterapeutico, consulenziale, didattico, formativo ecc. ecc.), e, soprattutto, dichiarare preliminarmente a quale modello, metodo e tecnica si fa riferimento. Personalmente penso che se uno psicologo non dichiara al suo utente, qualsiasi esso sia, il proprio modello di riferimento psicologico, sia uno psicologo di cui diffidare perché o non sa cosa sta facendo, o è impreparato, o è un manipolatore o pensa che il proprio modello sia l’unico valido. In ogni caso compie una operazione deontologicamente scorretta.
Dunque anche in questo caso parlare genericamente di servizio psicologico non significa nulla.
L’altra obiezione che si può muovere a questa iniziativa (e ad altre consimili) è che, contrariamente alla loro apparente modernità, sono non solo riduttive ma “vecchie” perché riguardano solo e sempre la clinica nel senso più tradizionale del termine e non la capacità di inventare spazi nuovi, nuovi forme e nuovi compiti per la psicologia, al di là del rapporto duale in senso stretto. Nel recente testo di Claudio Bosio, Fare lo psicologo (pubblicato da Raffaello Cortina nell’ambito di una neonata collana professionale promossa dall’Ordine degli Psicologi del Piemonte), l’autore, sulla base delle sue ricerche condotte negli ultimi cinque anni sulla situazione della psicologia in Italia, mette clamorosamente in luce proprio questo dato, anzi questo limite degli psicologi odierni, ovvero la perdurante e inestirpabile abitudine a pensare la psicologia (e la stessa clinica) esclusivamente in termini di studio professionale, così da andarlo a riprodurre dovunque, anche laddove occorrerebbe immaginare nuove modalità di intervento psicologico e nuovi setting. Questo comporta di imparare a pensare e usare la psicologia, e la stessa clinica, più come funzione della mente che non come ruolo (mi si permetta al riguardo di citare il mio recente testo intitolato proprio Psicologia come funzione della mente. Paradigmi psicodinamica per le professioni di aiuto, UTET Università, Torino, 2009). Il che non significa negare il ruolo, anche legale, dello psicologo ma lavorare invece, come professionisti del settore, per promuovere capacità psicologiche (la funzione psicologica appunto) in ruoli che psicologici non sono. In questo tipo di iniziativa si che gli psicologi avrebbero molto da dire e anche, per parlare in termini più materialistici, un vastissimo e innovativo mercato, per giunta senza concorrenza di altre professioni contigue, com’è invece adesso per il campo della clinica individuale, dove si patisce la concorrenza, in buona o cattiva fede che sia, dei counselors e dei consulenti filosofici.
In conclusione allora che dire? Mi restano molti dubbi, per i motivi che ho indicato perché, malgrado l’apparente originalità, nella sostanza, l’iniziativa nasce concettualmente vecchia e per niente innovativa. Piuttosto un escamotage per fronteggiare la crisi del lavoro (che s’ha da fa’ pe magnà) e in particolare di quello psicologico. Comunque: vedremo.

*Articolo già pubblicato sull’Osservatorio Psicologia nei Media.

Notizie Correlate

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *