Come ti costruisco un mito

La mobilità sul territorio è una dimensione essenziale del vivere, sia per l’uomo che per gli altri animali, e il movimento in sé è una delle componenti imprescindibili della vita. Come in ogni ambito di vita, anche rispetto alla mobilità l’uomo ha cercato degli ausili che gli permettano di estendere il dominio sul territorio in termini di spazio e tempo oltre le proprie capacità innate. Non c’è da discutere sull’utilità dell’automobile e sulla considerazione che oggigiorno essa è diventata un bene di massa, uno strumento quasi indispensabile per adempiere agli impegni lavorativi e personali.

Attualmente tuttavia siamo consapevoli anche del fatto che le automobili, se risolvono un problema di trasporto, al tempo stesso ne creano molti altri: l’inquinamento ambientale e paesaggistico, le tensioni collegate all’approvvigionamento di carburanti, il consumo di territorio, l’elevato numero di incidenti con morti e feriti – con conseguenti costi sociali – e, non ultimo, lo stress. Un panorama articolato che si potrebbe immaginare metaforicamente come una lotta tra due specie in competizione per la sopravvivenza: l’uomo e l’automobile.

Possiamo vedere anche che l’automobile, a livello sia individuale che collettivo, è carica di simbolismo. Alla sua nascita, alla fine del diciannovesimo secolo, è stata considerata un oggetto per ricchi e di uso saltuario, associata quindi, come “mito delle origini”, all’area del superfluo e lussuoso. Da allora, anche grazie alla filosofia di produzione di Henry Ford, la sua diffusione è stata via via estesa a strati più vasti di popolazione, senza tuttavia perdere la sua connotazione di status symbol.
Attualmente l’accento viene posto su varie caratteristiche dell’automobile, e in primis fra queste vengono enfatizzate le prestazioni velocistiche. Non è un caso che si svolgano gare tra bolidi di Formula 1, intorno alle quali si è costruito un gran circo mediatico mentre le gare tra aerei non sono così popolari, e anche l’industria cinematografica ha dato il suo pesante contributo nel costruire intorno all’auto un sogno cui chiunque (in gran parte uomini) può partecipare.

Forse è per questo che il video proposto ha accumulato ben oltre i 4 milioni di visioni in poco più di due mesi. Si tratta di un video che mette a confronto in una drag race (cioè una gara su un percorso rettilineo con partenza in linea, in questo caso la pista di un aereoporto) 11 modelli di automobili, tra le più potenti sul mercato. Nella presentazione di ogni “concorrente” si leggono marca e modello dell’auto e due caratteristiche tecniche: i cavalli della vettura e l’uscita energetica del motore. Chi è al volante non viene nemmeno nominato.
Sono macchine sicuramente sovradimensionate per l’utilizzo da parte di un automobilista normale – che probabilmente non è nemmeno in grado di controllare “bestie” simili -, e non osiamo nemmeno immaginare i consumi che hanno. Eppure la visione del video scivola via acriticamente, veniamo da subito catturati nella sua atmosfera irreale cui una colonna sonora dai toni epici contribuisce notevolmente, e si crea in noi un’aspettativa di piacevolezza rispetto a quello che stiamo per vedere…
Il presentatore ci chiarisce le idee: mettere insieme tutto ciò che occorre per questo test è stato impegnativo, ed il test non è serio. Allora perché lo facciamo? Perché possiamo. Godetevi la gara.
Riprese dall’alto, elicotteri in volo, immagini di alta qualità, più telecamere in azione e regia e montaggio professionali. Sì, effettivamente deve essere costato non poco realizzare il video. Solo il valore delle automobili supera il milione e mezzo di dollari.

La messa in scena di una competizione è un altro degli elementi estremamente attraenti di questo video. Competere fa parte del nostro bagaglio genetico a partire dal concepimento, ed è uno degli elementi cardine della teoria darwiniana dell’evoluzione. Se la competizione è antica quanto la selezione delle specie, nella nostra società individualista ha conquistato un posto di primo piano. E’ così presente nello studio, nel lavoro, in amore, nello sport – e, notabilmente, è anche alla base del complesso edipico -, da sfiorare spesso la patologia. Il mors tua vita mea che implica per ogni vincitore uno o più perdenti e che coltiva la cultura del nemico. Molte riflessioni si diramano da questo concetto.

Ma torniamo al nostro video. E’ banale pensare che oltre alla passione per la velocità e la competizione ci siano interessi che vanno oltre, che investimenti così massicci nell’entertainement siano funzionali a ritorni in termini di marketing, ed è forse più interessante spostare l’attenzione allo sfondo culturale che è stato costruito intorno all’automobile.
A mio avviso esso si può considerare a buon diritto un ambito mitopoietico, nella cui mitologia fantastica “vivono” – ad esempio – celebrità come Herbie il maggiolino tutto matto, la DeLorean della trilogia “Ritorno al futuro”, la Gran Torino di Clint Eastwood, le “Cars” della Disney, i bolidi impegnati nelle gare illegali della serie Fast & Furious, l’auto di Thelma e Luise ma ve ne sono molte altre che ciascuno può richiamare alla memoria. Come “effetto alone”, il mito dell’automobile è frequentemente associato nelle narrazioni a successo, potere, soldi, popolarità, libertà.

Non è stato difficile. In ritardo rispetto agli eventi ma puntuale nei contenuti, una ricerca di etologia urbana condotta dall’Università di Vienna nel 2008, ci rivela che un terzo dei soggetti attribuisce tratti di personalità ed emozioni alla parte frontale del 90% delle automobili con una grande concordanza rispetto ai tratti attribuiti, molto spesso associandole a volti umani o di animali. La capacità di raccogliere informazioni sull’altro – età, sesso, emozioni, intenzioni, status – dalla percezione della faccia è una caratteristica biologica utile per la sopravvivenza che si è sviluppata filogeneticamente e, come appare da questa ricerca, è stata estesa anche agli oggetti inanimati. Un altro risultato interessante della stessa è che il gradimento delle automobili, sia per gli uomini che per le donne, è legato a caratteristiche distinte nel frontale che corrispondono a valori quali “maturo”, “dominante”, “mascolino”, “arrogante” “arrabbiato”, fattori che gli autori raggruppano nel concetto di “potere”.

Interpretare strutture inanimate in termini biologici può avere delle implicazioni per il comportamento alla guida e per quello dei pedoni? Forse avvertiamo che guidare un’auto “potente” ci possa essere di aiuto nelle quotidiane lotte sulla strada?
Per rispondere a questa domanda ci viene in soccorso un’altra ricerca condotta recentemente dalla Temple University: sono le persone che tendono a identificarsi con la propria auto quelle che guidano in modo più aggressivo.
Da ricerche precedenti si sapeva che guidare è una delle modalità con cui le persone mettono in atto un cosiddetto “comportamento consumatorio”, finalizzato a placare ansie e tensioni, e che la guida aggressiva è alla base della maggior parte degli incidenti gravi, ma ora sappiamo che ci sono dei tratti di personalità specifici e dei valori che contribuiscono al comportamento aggressivo. La ricerca ha evidenziato che a mettere in atto una guida aggressiva e infrangere la legge è chi percepisce l’auto come un’estensione del sé; in particolare sono gli uomini e i giovani – che spesso sono troppo sicuri di sé e sottostimano i rischi e al contempo hanno ancora un’identità in formazione -, chi ha tendenze compulsive, chi è legato al possesso materiale e chi si sente sotto pressione per la fretta o altri motivi.
Le persone possono arrivare a vedere le automobili e la strada che occupano come il loro territorio, cercando di mantenere il controllo su di esso e di difenderlo se necessario.
In tempi in cui la deterritorializzazione (termine coniato da Deleuze) è decisamente e dolorosamente spinta, forse abbiamo una chiave di lettura in più per comprendere le liti tra automobilisti, l’aumento progressivo delle dimensioni delle nuove automobili (è emblematico ad esempio che anche una “piccola” come la FIAT 500 sia cresciuta dal 1969  al 2007 passando da 500 a 865 kg), il comportamento delle madri che portano i bambini a scuola e ai corsi con il SUV lasciandolo in mezzo alla strada, quello di chi parcheggia occupando due posti e quello di chi non si incolonna correttamente sulle strade a più corsie impedendo l’affiancamento a chi lo segue.

La ricerca scientifica, quando è ben condotta, offre dati utili per la comprensione dei fenomeni e delle persone anche nell’ambito della Psicologia del traffico, a differenza di certe asserzioni ridicole e senza fondamento che costituiscono un mero esercizio di fantasia.

(1) Windhager S, Slice DE, Schaefer K, Oberzaucher E, Thorstensen T, Grammer K. Face to face: The Perception of Automotive Designs. Human Nature, 2011; Volume 19, Number 4, 331-346, DOI: 10.1007/s12110-008-9047-z
(2) Ayalla A. Ruvio, Aviv Shoham. Aggressive driving: A consumption experience. Psychology and Marketing, 2011; 28 (11): 1089 DOI: 10.1002/mar.20429
(3) Deleuze G, Boutang P.A. A comme Animal. L’Abécédaire, film (1996).

*Articolo già pubblicato su Osservatorio Psicologia nei Media

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