A fresh start – Avatar di James Cameron

Jake Sully? Che ne pensi di un nuovo inizio?

Avatar è un film complesso, che a mio avviso contiene diversi film dentro il film e molteplici livelli di lettura: a quale di questi collocarsi dipende dal registro e dalla sensibilità dello spettatore. In questo articolo proverò a spiegare perché ritengo che Avatar rappresenti “a fresh start“, un nuovo inizio per il cinema e per gli spettatori.

E’ un film che ha un impatto visuale immenso, tale da sovrastare il sistema sensoriale: l’esperienza cinematica (nel senso letterale della parola, dal grecokínema = movimento) è assolutamente coinvolgente e giustifica, a mio avviso, per la prima volta l’utilizzo del 3D non come operazione di marketing ma come strumento di narrazione e contatto emotivo con lo spettatore. La perfezione del lavoro digitale di pre e post-produzione non crea soltanto la classica sospensione dell’incredulità (si intende con suspension of disbelief un particolare carattere semiotico che consiste nella volontà dello spettatore di sospendere il giudizio allo scopo di ignorare possibili incongruenze di un’opera di fantasia) ma porta a un’immersione totale nell’ambiente. Non va dimenticata a questa finalità la funzione della bellissima colonna sonora originale, che accresce e sottolinea i diversi momenti. Oserei dire che, per certi aspetti, la visione di Avatar in 3D è un’esperienza simile alla psicoterapia: è qualcosa che non può essere pienamente raccontato o spiegato ma che va esclusivamente vissuto. Personalmente credo di non essermi mossa durante le due ore e quaranta minuti di proiezione, mentre il film mi toglieva il fiato.

L’esperienza della visione in 3D, realizzata grazie alle nuove tecnologie sviluppate per girare il film e a nuovi effetti speciali, è convincente e stupefacente, sembra di poter toccare e di essere toccati da oggetti in primissimo piano e l’immersione nel mondo visivo e sonoro, facilitata anche dal buio della sala cinematografica, è massiva. Una delle prime scene, in cui si vedono degli infermieri volteggiare intorno a dei moduli di ibernazione per farne uscire gli uomini dopo quasi sei anni di viaggio, si traduce in un inganno vestibolare al punto da illudersi di potere (e desiderare di) volteggiare assieme a loro in assenza di gravità. Nelle scene che si svolgono sul pianeta Pandora, questo senso di stupore si amplifica grazie allo splendore impressionante di una natura lussureggiante, della lucentezza dei colori, delle movenze flessuose e aggraziate, della fine espressività dei volti e degli sguardi, della fantasia visuale onirica impiegata per inventare questo nuovo mondo fin nei minimi dettagli. Incantevole è dir poco.

La storia viene raccontata attraverso gli occhi e i videoblog di Jack Sully, protagonista e testimone della vicenda interpretato dal bravo Sam Worthington. Jack è un ex marine ridotto in una sedia a rotelle da una grave ferita (come già altri reduci che il cinema ci ha fatto conoscere), ma irriducibile nel suo spirito guerriero. Si trova aggregato a una spedizione scientifica finanziata da una società che mira a sfruttare i giacimenti di Unobtanium (termine comunemente usato nelle fiction per indicare qualsiasi materiale estremamente raro, costoso o fisicamente impossibile; è una parola composta derivata dalla fusione di unobtained, irraggiungibile, con -ium, il suffisso tipico per gli elementi metallici). Di fatto l’Unobtanium, che potrebbe risolvere la crisi energetica della Terra ormai al collasso, si rivelerà fuori portata.

Ma Pandora, che si trova nella costellazione di Alpha Centauri, è un pianeta ostile: l’atmosfera è tossica, le specie animali pericolose, e i nativi refrattari alla socializzazione. Per riuscire a interagire con loro sono stati creati dei corpi sintetici, con DNA umano misto al DNA dei Na’vi, che vengono guidati  mediante una connessione cerebrale che si stabilisce tra essi e l’essere umano che ha fornito il DNA. Esseri umani connessi, come quelli che abbiamo già visto in Videodrome e Matrix, ma a differenza di costoro, i cui corpi protesizzati sono piegati a distruggere il reale e a condurre una vita virtuale, gli avatar non vivono in un mondo di allucinazioni, ma in un altro reale.

L’origine della parola “avatar” nasce dall’induismo e indica le incarnazioni di Vishnu, l’Essere Supremo, che viene tradizionalmente rappresentato con la pelle bli. Dice in proposito il Bhagavad Gita: “Per la protezione dei giusti, per la distruzione dei malvagi e per ristabilire i principi della Giustizia Divina, Io mi incarno di era in era”.

Sarà questo il compito di Jack, anche se non lo sa. Egli viene accolto nella spedizione scientifica soltanto in quanto ha lo stesso DNA del fratello gemello, un ricercatore per cui è stato prodotto un costosissimo avatar, e che è stato ucciso da un volgare rapinatore. E la misteriosa “Compagnia” che finanzia la missione al fine unico di fare profitti non vuole perdere il proprio “investimento”.

Cameron non approfondisce la relazione tra i fratelli né il tema del doppio né il senso di colpa del sopravvissuto, temi pure interessanti in sé, e tira dritto verso l’avventura. Ma il tema del doppio ritorna prepotentemente nel rapporto di Jack con il proprio avatar.

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La figura del doppio è stata ampiamente esplorata dalla narrativa ma in ambito analitico occorre notabilmente citare Otto Rank, Sigmund Freud e Carl Gustav Jung. Il primo, allievo di Freud, scrisse nel 1914 un saggio, Der Doppelgänger, in cui afferma che di fronte allo sdoppiamento l’angoscia di morte sovrasta l’Io. Freud, riprendendo il lavoro di Rank e un’affermazione di Schelling – “È detto unheimlich tutto ciò che potrebbe restare […] segreto, nascosto, e che è invece affiorato” – sviluppa il concetto di unheimlich (tradotto in italiano con “il perturbante”) fino a includervi un’ambivalenza di significato: ciò che è familiare ed estraneo allo stesso tempo. “Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare” scrive Freud nel 1919.

Cosa è già noto al ventiduenne Jack e cosa sta probabilmente evitando di guardare? Cosa c’è di spaventoso nella sua vita? In una delle scene tagliate del film (ve ne sono parecchie, tagliate per diverse ragioni tra cui non ultima la durata del film che già così eccede di parecchio la durata media. Per approfondire la storia, oltre alle indiscrezioni che circolano, chi desidera può leggersi la sceneggiatura originale messa generosamente a disposizione dalla Fox qui) Jack si trova in un sordido bar con altri veterani in sedia a rotelle: un megaschermo trasmette una partita, uomini che corrono come gazzelle, e uno del gruppo commenta: “Vedi Jack, stiamo guardando quel che non possiamo avere“. Lui replica: “E che ce lo sbattano in faccia. Non voglio la tua compassione. Lo so che il mondo è una puttana schifosa.” Poco dopo Jack provoca una rissa.

C’è dunque il suo narcisismo gravemente ferito che viene cinicamente negato e rimosso, ma la cui angoscia permane e provoca un intenso stato di tensione che verrà temporaneamente scaricata attraverso un agito autodistruttivo che, per inciso, gli permette di provare giustificatamente dolore e umiliazione.

Tutte le sue aspirazioni di Jack, le possibilità di vita non più realizzabili per lui, sono rese di nuovo disponibili grazie al corpo dell’avatar. Il suo piacere di “riavere” le gambe si palesa chiaramente nella sua prima uscita, quando dopo una corsa pazza e allegra la telecamera si sofferma sulle dita dei piedi nudi che affondano vogliose nel terriccio morbido.

Da tempo la rete offre ai suoi utilizzatori la possibilità di crearsi degli avatar, immagini che li rappresentano nelle chat, nei blog e nei forum, o che coincidono con la creazione vera e propria di personaggi con i quali partecipare ai giochi di ruolo. Chi ha fatto l’esperienza di giocare online con uno dei molti MMORPG (Massive Multiplayer Online Role-Playing Games) disponibili sul web, ha probabilmente sperimentato quel senso di smarrimento e dislocazione che coglie quando ci si “impadronisce” del proprio personaggio o quando il personaggio si è “impadronito” del giocatore, quando ciò che accade nel mondo virtuale è così vivido e interessante da spingere a tornare compulsivamente online per far vivere l’avatar e a immaginare anche quando si è offline sviluppi di gioco e strategie. Sono “sintomi” che oggi vengono inclusi tout court, a mio avviso erroneamente, nella cosiddetta “dipendenza da internet”. Credo invece che si tratti di tentativi, più o meno consapevoli, per entrare in contatto con altri aspetti di sé, dell’utilizzo di facoltà remote e potenziali che precedentemente potevano essere esercitate soltanto da alcuni – gli scrittori, gli artisti, i folli -, spinte sostenute dalla ricerca dell’Ombra, di quell’Altro da Sè, unheimlich, che tutti abbiamo dentro e che oggi giungono massicciamente alla ribalta grazie alle nuove tecnologie alla portata di quasi tutti. Ma il rapporto tra uomo e tecnologia è bidirezionale: la tecnologia plasma il pensiero tanto quanto è plasmata da esso, e sempre più la tecnologia rappresenta e offre estensioni del nostro corpo e amplia e modifica le nostre capacità mentali. Dobbiamo considerare che ogni nuovo strumento dà luogo a un’evoluzione dalla quale possono emergere, anche in modo inintenzionale, facoltà mentali precedentemente sconosciute che modificano la natura umana. Grazie a questo nuovo “ibrido”, si può giungere al punto in cui la tecnologia non è più uno strumento per raggiungere un fine ma diventa un’estensione “indispensabile” da amare e con cui giocare. E’ quello che, in modo totale, accade a Jack che ad un certo punto si lascia sfuggire: “Adesso è tutto alla rovescia, è lì fuori il mondo vero, e qui dentro è il sogno. Ricordo a malapena la mia vita di prima. Non so neanche chi sono.

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Il sogno è il tentato appagamento di un desiderio“, scriveva Freud nel 1899 ne “L’interpretazione dei sogni” e mai come in questo caso, credo, l’enunciato è più calzante: il desiderio di Jack viene realmente soddisfatto grazie al suo simbionte uomo-avatar. Per inciso, credo che la sua esperienza di poter essere come tutti gli altri non sia molto dissimile da ciò che provano migliaia di websurfer disabili che frequentano mondi e comunità virtuali con i loro avatar. Ritengo che questo sia da considerare come un effetto potenzialmente terapeutico della rete che raramente viene messo in evidenza, preferendo la stampa mainstream invece focalizzare l’attenzione sui suoi lati deteriori e rinfocolare le ansie che la forza nuova e destabilizzante di Internet solleva.

Il film è conturbante per la costruzione raffinata e minuziosa del mondo splendido di Pandora (non a caso ha vinto gli Oscar per la Miglior Sceneggiatura, la Miglior Scenografia e la Migliore Fotografia) e, trasportato dalla vicenda di Jack, lo spettatore si trova facilmente a desiderare di essere parte di esso, ad amarlo e a pensare a quanto sarebbe bello vivere lì. Il mondo inventato di Pandora provoca una risonanza emozionale profonda, e credo che ciò accada perché il film accende e rende verosimili aspirazioni antiche dell’essere umano.

Pandora vivifica un mito che restituisce alla coscienza qualcosa che abita il mondo interno.

L’antropologo Levi-Strauss definisce il mito come uno “spazio mentale, contemporaneamente immaginario, logico e comportamentale“, e che Cameron abbia investito un’enorme dedizione al suo progetto – analogo per certi versi a quello compiuto da Tolkien – è testimoniato non solo dall’accuratezza nella realizzazione del film, ma anche dalla creazione di un sito – Pandorapedia – che svolge una funzione di guida al mondo di Pandora aperta al contributo degli utenti in stile Wiki, e dalla creazione di una lingua articolata, il Na’vi, che si può apprendere mediante un sito che contiene glossario, vocabolario e lezioni di grammatica.

La narrazione di Avatar si focalizza sul mito del ritorno, che è presente in tutte le culture, solo che a differenza di quanto accade nelle storie classiche l’eroe in questo caso non ritorna dalla sua gente ma compie una scelta diversa. Il ritorno è alla natura, al collegamento tra gli esseri viventi ed ha a che fare con la rinascita, altro tema mitico. Jack riferisce nel suo videoblog: “La cerimonia, lo stadio finale per diventare uomo. I Na’Vi dicono che ogni persona nasce due volte. La seconda è quando uno si guadagna il proprio posto tra il popolo, per sempre.” Tuttavia la cerimonia non sarà sufficiente per la sua vera rinascita, e il suo cammino per appartenere agli Omaticaya sarà ancora lungo e doloroso.

Una delle critiche ricorrenti portate al film è che racconti una storia già raccontata. Ebbene, se è innegabile la struttura mitica della narrazione e quella archetipale dei personaggi (che sono senza ambiguità: i buoni sono buoni e i cattivi cattivi), che può far sembrare la trama scontata, è altrettanto rilevante riconoscere che il mito è un significante polisemico e polifonico, e che quindi non è importante quante volte una storia venga raccontata ma come. E Cameron è un maestro nell’evocare emozioni e nel toccare temi verso i quali la sensibilità collettivamente aumenta. Bionianamente, si potrebbe pensare al regista come a un “mistico” che all’interno di un processo gruppale ha elaborato e trasformato desideri e paure che attualmente percorrono l’umanità, – relativamente in particolare alla guerra e alla distruzione dell’ambiente – in un linguaggio poetico e creativo grazie all’utilizzo della rêverie.

Infatti, per “pensare” un pianeta come Pandora è stato necessario un impegno notevole, non solo tecnologico e finanziario, ma di fantasia e di accoglimento e rielaborazione di diversi “elementi alfa”. A proposito della genesi della foresta tropicale, lo scenografo Rick Carter ha dichiarato in un’intervista: “Era come se Jim fosse stato veramente in quel luogo. Come se fosse tornato e avesse dei ricordi e delle immagini da riferirci, il problema è che noi poi dovevamo ingegnarci per trovare il modo di portare in vita queste immagini per lui, e nel contempo mostrarle agli spettatori in un modo che fosse comprensibile.” Non sembra di poter dire che queste immagini siano state estratte da un sogno – notturno o diurno – ovvero dal processo continuo che secondo Bion pesca nell’inconscio e che produce elementi alfa sui quali, tramite un atteggiamento di rêverie, è stata compiuta un’elaborazione sofisticata per renderli visibili e condivisibili?

Il film è ricco di citazioni culturali e cinematografiche che lo inseriscono saldamente in un sentiero storico-culturale e che prendono corpo nel flusso della storia. Credo che ciò aggiunga valore e spessore al racconto che via via si dipana: est modus in rebus. Ne illustro alcune che trovo interessanti.

Le suggestive montagne galleggianti che sfidano le leggi di gravità sembrano prese dai dipinti di Magritte, anche se Cameron ha dichiarato di essersi ispirato a delle conformazioni rocciose cinesi (che recentemente sono state ufficialmente ribattezzate “Hallelujah” come nel film).

La semplice presenza della leggendaria Sigourney Weaver diviene muta citazione di se stessa e filo conduttore con Aliens, altro capolavoro di Cameron. Lo sfondo su cui si muovono gli eventi è simile, tra Aliens e Avatar: in entrambe le storie, in un luogo lontano dalla Terra ormai devastata, un’oscura organizzazione commerciale cui interessano soltanto i profitti, mistifica con la ricerca a fini scientifici la propria avidità e, in seguito all’intreccio di interessi economico-militari, spinge a decisioni e compie azioni scriteriate e amorali. “E’ così che si fa. Quando qualcuno è seduto su qualcosa che vuoi, lo fai diventare tuo nemico, così poi sei giustificato a prenderla.” è l’amara e rabbiosa considerazione di Jake quando lo sterminio è ormai decretato e i nativi sono diventati “terroristi”.

L’immagine indimenticabile di Ripley, corazzata in una sorta di esoscheletro metallico durante la lotta finale tra le due madri, sembra parafrasata nella lotta finale tra il cattivo comandante Quaritch, blindato nell’AMP suit (Piattaforma per la Mobilità Amplificata) e l’avatar di Jake.

La stessa AMP suit che emerge dalle fiamme di un’esplosione riecheggia la sinistra sequenza di Terminator (un altro gioiello di Cameron) che emerge dalle fiamme indistruttibile e implacabile.

Un’altra velata allusione ad Aliens è la presenza dell’atletica e coraggiosa Trudy Chacon che evoca l’altrettanto atletica e coraggiosa Vasquez, entrambe ispanoamericane.

Quando Jake viene portato al cospetto dei capi Na’Vi, la Tsahik gli chiede chi sia, e lui risponde: “Un guerriero, del clan dei Jarhead”, un guerriero del clan “testa di barattolo”: cioè una testa vuota, che non pensa ma esegue gli ordini, un appellativo gergale con cui vengono indicati i marines e anche il titolo di un film del 2005 tratto dall’autobiografia di un marine che partecipò alla guerra del Golfo.

In un alterco fra la dottoressa Augustine e il colonnello Quaritch si assiste al seguente scambio in cui viene citata Star Trek :”Chiudi quella boccaccia!” “Altrimenti che fai, capitano Kirk, mi spari?

L’azione militare intrapresa per scacciare in Na’Vi dal loro territorio viene denominata “Operazione Valchiria”, cosicché la mente del cinefilo associa spontaneamente a questo appellativo la scena dell’attacco aereo in Apocalypse Now accompagnata dalla Cavalcata delle Valchirie (e forse, il meno conosciuto “Operazione Valchiria” di Bryan Singer).

Pandora, con la sua magnificenza e le sue caratteristiche di ecosistema, è un protagonista lui stesso. Nel suo ecosistema c’è una predisposizione genetica che permette di creare legami fra tutte le creature. L’essenza dell’ecosistema alberga nella bioluminescenza che dà vita a una specie di “sistema nervoso” che collega tutte le specie di Pandora: quella della flora rende la foresta meravigliosa di notte, mentre risalta sugli animali come una specie di tatuaggio puntiforme. Le piante comunicano tra loro mediante un numero elevatissimo di connessioni bioelettriche mentre l’Albero delle Anime è uno snodo in grado di caricare e scaricare dati e di connettersi anche con i Na’Vi tramite l’organo che essi hanno nella treccia. Questo stesso organo può essere collegato a una specie di antenna di cui sono dotate tutte le creature animali e permette agli Omaticaya di fare “shahaylu” e di pervenire a una sorta di simbiosi mentale con essi, in taluni casi esclusiva fra individui. Il concetto del “tutto è connesso” si traduce in una sacralità diffusa, per cui ogni forma di vita va trattata con rispetto mentre l’energia ricevuta un giorno andrà restituita e ritornerà in circolo. Nel processo di apprendimento di Jack, Neytiri reputa che lui ormai sia “pronto” quando procede all’uccisione di una protogazzella recitando una preghiera prima di inferirle il colpo fatale. In questo naturalismo animista pare sia racchiuso un messaggio ambientale o, almeno, così è stato interpretato da migliaia di persone che in tutto il mondo hanno visto il film e che hanno creato un’enorme cassa di risonanza sulla rete. Pare che gran parte del successo di questo film, che in brevissimo tempo ha sbriciolato i precedenti record di incasso, sia dovuto proprio al carattere sociale della rete, ma credo anche grazie al fatto che Cameron deve aver colto con intuizione lo Zeitgeist diffuso nella collettività preoccupata del ventunesimo secolo.

Tra le caratteristiche peculiari della fauna, sono da rilevare la presenza di corazze ossee, l’assenza di piume o pelo e l’esapodia. Ci si potrebbe chiedere come mai, dal punto di vista biologico, queste strutture anatomiche non si siano diffuse in tutte le specie in base ai principi della convergenza evolutiva, in quanto i Na’Vi serbano un aspetto umanoide tetrapode con tanto di capelli, ma il film non dà risposte a questa domanda. Nemmeno le mani con quattro dita, come i personaggi dei fumetti, hanno una spiegazione esplicita. Li vediamo alti tre metri (forse per la minor forza di gravità presente su Pandora), e con alcuni elementi di commistione zooantropomorfa: la pelle blu lievemente striata, la coda, orecchie allungate e mobili, occhi dalle grandi iridi gialle come i felini, canini allungati. Nei loro riti, nel loro abbigliarsi e decorare il corpo ritroviamo tratti della cultura dei nativi americani, degli aborigeni australiani e delle popolazioni africane senza contraddistinguersi in nessuna di esse.

Abbiamo già provato con altra gente del cielo, è difficile riempire una coppa già piena” dice la Tsahik (la sacerdotessa) a Jack, “La mia coppa è vuota, fidati.” le risponde lui con umiltà, riecheggiando un detto zen che esorta a “svuotare la propria coppa”, la coppa piena di sé che ognuno di noi ha colma. Il suo cammino iniziatico passa dalla mente al cuore, ma per completarlo Jack dovrà addivenire alla perdita del sé.

Ritengo infine particolarmente significativo soffermarsi su un tema che distacca la trama di questo film da altri simili. Da quando Nietzsche ha introdotto il concetto del superuomo e della volontà di potenza, questa ha allignato in gran parte della letteratura, dal Decadentismo in poi, e certamente nella filmografia hollywoodiana sono numerosissime le storie in cui viene osannato l’individualismo esasperato (causa e sintomo allo stesso tempo di alcune patologie sociali). In Avatar l’eroe è sempre al centro della storia, ma egli può vincere soltanto grazie ai legami che ha e che crea con gli altri esseri viventi, si tratta di una vittoria corale in cui “tutto è connesso”.

Non saprei dire se Avatar rappresenti un nuovo capitolo della storia del cinema, ma se lo consideriamo in quanto mito come declinazione relazionale dell’inconscio, ritengo che la sua realizzazione rappresenti sicuramente un passaggio importante che cerca di dare un ordine al perturbante dei nostri tempi, naturale e sociale, traducendolo in una metafora visibile.

Cameron ha scoperchiato il vaso (il barattolo) di Pandora.

*Articolo già pubblicato su Pol.it

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