Oliver Sacks parla della sindrome di Charles Bonnet

Di Oliver Sacks abbiamo già avuto occasione di parlare in questa nostra sezione video. Egli è un ultrasettantenne neurologo inglese che vive negli Stati Uniti, noto al grande pubblico come autore di bestseller in cui sono raccolti diversi casi di persone con disturbi neurologici. Per la sua instancabile  opera divulgativa che si dispiega in mezzo secolo, lo si può ritenere a buon diritto un esponente della neuroantropologia.

La sua peculiarità è quella di riuscire a coniugare il rigore scientifico con la ricchezza narrativa, in modo da dare al lettore un rimando molto vivido di come una persona affetta da un disturbo neurologico possa conviverci e cercare di adattarsi alla propria condizione. Dal suo libro più famoso, Risvegli, nel 1999 è stato tratto anche un film con lo stesso titolo interpretato da attori di grosso calibro, quali Robin Williams e Robert De Niro. Il suo stile di scrittura è caloroso, sapiente e creativo al tempo stesso e in questo video, in cui tiene una conferenza in modo per niente accademico, conferma di possedere qualità umane di comunicatività, dimostrandosi interessante, umoristico e autoironico.

Il fenomeno degli arti fantasma è noto da tempo, la sindrome di Charles Bonnet inquadra, per così dire, il fenomeno delle “immagini fantasma” e della “musica fantasma”. Non si tratta di allucinazioni psicotiche, caratteristiche del disturbo schizofrenico e tipicamente multisensoriali, che coinvolgono e sommergono la persona al punto di creare una realtà diversa da quella condivisa, ma di allucinazioni che la persona avverte come distanti da sé, come egoaliene. Una delle pazienti citate da Sacks riferisce: “E’ come un film muto”. Sono allucinazioni che sembrano venire dall’esterno e che simulano la percezione.

Questa sindrome si presenta in persone sane dal punto di vista cerebrale ma che sono videolese o audiolese. Circa il 10% delle persone cieche o che hanno un importante compromissione della vista hanno allucinazioni visive, e la stessa percentuale di persone audiolese hanno allucinazioni musicali. Con l’invecchiamento della popolazione, queste percentuali corrispondono ad un numero sempre più alto di persone ma pochissimi tra loro confessano di soffrirne, in quanto temono di essere considerati pazzi o di avere qualche forma di demenza. L’informazione sulla sindrome e una diagnosi accurata diventano perciò oggi molto importanti, per combattere la paura e lo stigma collegati a questa condizione e assicurare una maggiore serenità alle persone che hanno tali allucinazioni.

La nostra percezione è molto lontana dal modello di “macchina fotografica” che può essere presente nell’uomo comune. I nostri sensi rilevano normalmente soltanto informazioni parziali dall’ambiente, e il Sistema Nervoso Centrale ha un’architettura che filtra le stimolazioni man mano che si passa dalla percezione distale alle aree cerebrali deputate. Vi è così un costante lavoro di integrazione e di riempimento dei vuoti, cui partecipano anche la memoria e le aree limbiche, perché la nostra mente possa fruire di una rappresentazione accurata e dotata di senso dell’ambiente esterno. Un esempio di questa elaborazione è il fenomeno che tutti una volta o l’altra abbiamo sperimentato, di riconoscere facce o animali nelle nuvole, nelle rocce o negli alberi.

Nel caso della perdita della vista, le aree cerebrali specializzate nella visione non ricevono più alcuna stimolazione e pertanto diventano iperattive. Questa eccitazione spontanea dei neuroni provoca un rilascio dei potenziali d’azione (delle micro-scariche elettriche) che riporta le cellule allo stato basale, ad uno stato di “calma”, per così dire.  La mente fa del suo meglio per organizzare in modo coerente questo evento fisiologico e produce la percezione di vedere qualcosa. Ma il risultato non è ottimale.
Oggi, grazie alle tecniche di visualizzazione funzionale del cervello, possiamo sapere che quando la scarica coinvolge le aree visive primarie le allucinazioni prodotte sono semplici, di tipo geometrico,  mentre quando si formano immagini più complesse viene attivata una parte della corteccia visiva del lobo temporale. Gli studi sempre più precisi hanno portato all’individuazione di aree specializzate per la formazione e il riconoscimento di immagini specifiche. Ad esempio la circonvoluzione fusiforme è implicata nel riconoscimento di volti, un’altra parte del cervello si attiva quando la persona vede dei cartoni animati, altre ancora quando si guardano automobili o paesaggi.
La specializzazione neuronale si trova all’incrocio tra potenzialità genetiche e l’influsso dell’ambiente. Il cervello ha una sua plasticità e modifica nel tempo la sua struttura e le sue funzioni formando connessioni sinaptiche man mano che ciascuno di noi fa esperienza con vari aspetti dell’ambiente. Che l’aspetto dell’esperienza, e cioè dell’interazione tra sistema nervoso centrale e ambiente, sia cruciale per lo sviluppo neurologico è stato dimostrato mediante esperimenti di deprivazione sensoriale visiva condotte su gattini. Alcuni ricercatori (Blakemore & Cooper, 1970, Hirsch $ Spinelli, 1971) hanno dimostrato che se nel periodo critico per lo sviluppo della visione essi possono vedere soltanto linee verticali, diventano successivamente incapaci di percepire linee orizzontali.

La sindrome di Charles Bonnet coinvolge la circonvoluzione temporale inferiore, in cui sono depositate milioni e milioni di immagini e frammenti di immagini codificati in cellule specifiche o in piccoli agglomerati di cellule. Esse scaricano periodicamente e caoticamente, e questo fa sì che la persona veda improvvisamente una faccia o una macchina o Kermit la rana, il tutto senza che vi sia una relazione associativa con altri processi mentali.

Si comprende facilmente quanto sperimentare fenomeni allucinatori possa spaventare, e per questa ragione abbiamo ritenuto importante promuovere informazione corretta e consapevolezza su una sindrome così diffusa e al tempo stesso poco conosciuta.

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