La psicoanalisi secondo Prada

E dopo “Il diavolo veste Prada”, abbiamo la psicoanalisi secondo Prada. Un cast di attori eccezionale, scelto dal regista Roman Polansky, interpreta con grande maestria una scena classica dell’immaginario, almeno secondo Hollywood.

Ben Kingsley interpreta un serio psicoanalista dall’aria ortodossa che scrive i suoi appunti con una stilografica mentre attende la prossima paziente, in una stanza d’analisi che ricorda tanto quella del dottor Freud. Lei è Helena Bonham Carter, e ovviamente veste Prada.
Con nonchalance gli consegna una stravagante pelliccia violacea di visone con collo di volpe e si stende sul lettino sfilandosi le décolletés con plateau firmate. Lui sembra già confuso a questo punto: allo scopo di prendere appunti preme il pulsante della penna a sfera richiudendola, mentre lei gli rovescia addosso un fiume di parole.
Il non verbale di Kingsley e l’occhio della camera sono più eloquenti del monologo della ricca ereditiera, che si comporta come una smaliziata paziente che offre ciò che lo psicoanalista si aspetta: riferisce un sogno e chiede insistentemente cosa significhi. Tutto procede come da manuale finché “l’attenzione fluttuante” dell’analista si posa sulla pelliccetta della paziente e il Perturbante non irrompe nella stanza demistificando lo snobismo degli intellettuali nei confronti della moda. Egli sì che sa mettersi nei panni della paziente.

Il corto è stato presentato al Festival del Cinema di Cannes 2012, dove è stato molto applaudito dal pubblico e la critica ha giudicato molto positivamente l’ironia e l’eleganza espressi dal regista e dalla casa di moda.
Una terapia psicoanalitica non è un capriccio per ricchi, ma un percorso profondo di scoperta e ristrutturazione del Sè, tuttavia l’idea presentata nello slogan finale “Prada è adatto a tutti” risponde indubbiamente al “principio del piacere” al quale, forse, solo un’analista bioniano saprebbe resistere.

* Articolo già pubblicato su Osservatorio Psicologia nei Media

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