Effetti del clutter sulla salute. Il disordine è solo un sintomo.

Clutter, in inglese, significa “accumulo, mucchio”.
Il Feng Shui è un’arte antica che si occupa dell’abitare secondo i principi dell’allineamento e dell’equilibrio, e forse per primo ha posato l’attenzione su un fenomeno in costante aumento nelle nostre case, ovvero la crescita degli ammassi di oggetti, a volte rinchiusi dentro armadi e cassetti, a volte disordinatamente sparsi negli ambienti.

Facilmente si ritiene che gli ammassi disordinati si formino perchè c’è un problema di spazio; di conseguenza, acquistando nuovi contenitori o addirittura armadi o scaffali, spesso si cerca un primo rimedio. Altre volte si ritiene che il problema derivi da una casa troppo piccola, e in questo caso il presunto rimedio diventa di gran lunga più costoso.

E invece il clutter spesso è un sintomo che riguarda la persona, non la casa.

Intendiamoci, organizzare la casa ordinatamente rimane una scelta opportuna: togliere gli ostacoli dai passaggi riduce il rischio di cadute, sapere dove sono le cose che ci servono riduce i tempi di ricerca, e avere meno cose in giro facilita il mantenimento dell’igiene della casa.
Il problema è che il clutter, gli ammassi disordinati, può crescere a tal punto da inficiare grandemente la qualità della vita, e a quel punto nessun “contenitore” fisico potrà risolvere il problema.
Se la tendenza ad accumulare non viene compresa e, possibilmente, modificata, occorrerà comprare ricorsivamente altri contenitori, altri armadi o case più grandi. Oppure potrebbe intervenire la rassegnazione a vivere Sepolti in casa.

Anche se il neonato DSM V (la quinta revisione del Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali) introduce la “disposofobia” – in inglese “Hoarding Disorder” – come nuova categoria diagnostica, non va dimenticato che il manuale ha volutamente un’impostazione ateorica e che quindi, al di là della descrizione dei sintomi seguita da un algoritmo a sommatoria per stabilire l’inclusione/esclusione del disturbo nella diagnosi, non ne considera le cause né dà indicazioni per i trattamenti. Occorre essere consapevoli che questa ciclopica revisione, durata più di 10 anni, non ha tenuto conto di ciò che la letteratura scientifica ha prodotto nello stesso periodo, mirando invece a uno status di neutralità e standardizzazione; come se ci accontentassimo di mettere un’etichetta su un barattolo senza sapere cosa esattamente ci sia dentro.

La “disposofobia” perciò non va reificata come se fosse qualcosa che esiste per sé ma va vista  come un sintomo che può derivare da una molteplicità di fattori, che non sono gli stessi per ogni persona che ricade nella categoria diagnostica. Da ciò discende che l’eventuale trattamento, non può essere standardizzato ma deve, al contrario, essere personalizzato.

Il comportamento degli accumulatori può presentarsi in modi diversi e può essere più o meno razionalizzato da spiegazioni; essi inoltre possono essere più o meno selettivi nel tipo di oggetti che ammassano. Tuttavia cause ed effetti del clutter interagiscono continuamente sui piani fisico, psicologico e sociale, creano dinamiche relazionali complesse e devono essere letti come causalità circolare che mantiene la problematica nel tempo.
I docu-reality che si occupano del problema mostrano con certo voyeurismo situazioni estreme – che non corrispondono alla stragrande maggioranza dei casi – e se da un lato hanno il merito di portare l’attenzione su un problema diffuso, da un altro soffrono di ipersemplificazione della soluzione. Lo sgombero della casa dal ciarpame, ahimè, non modifica il comportamento a lungo termine, a riprova che la vita reale non funziona come ci mostra la TV.

Il nodo cruciale non è la casa, ma come la persona pensa, sente e agisce in relazione agli oggetti che possiede.

In senso generale, si può ipotizzare che alla base del sintomo vi sia una componente d’ansia e che l’accumulo di oggetti corrisponda al vivere nel passato o, vedendo le cose da un’altra prospettiva, impedisca di vivere nel presente. L’ansia é spesso inconscia ma diviene percepibile quando la persona deve separarsi dai propri oggetti: gli accumulatori non sono persone pigre, come vengono spesso giudicati, piuttosto trovano impossibile eliminare qualunque cosa, arrivando al punto di  provare dolore.

La ricerca scientifica (Tolin, Frost & Steketee, 2007) ha rilevato alcune condizioni che sono collegate alla disposofobia:

  • Aver subito un trauma psicologico
  • Aver subito una lesione cerebrale
  • Disturbo da deficit di attenzione
  • Depressione
  • Dolore cronico
  • Disturbo ossessivo compulsivo
  • Obesità

Inoltre, grazie all’utilizzo del neuroimaging funzionale, Tolin ha rilevato in chi accumula un aumento dell’attività orbitofrontale, una parte del cervello coinvolta nel processo decisionale e nella pianificazione, quando il soggetto era forzato ad osservare degli oggetti e a decidere se liberarsene o meno. Tale aumento dell’attività – segno di uno stress in corso – non era presente nei soggetti che non hanno la tendenza ad accumulare.

Il clutter ostacola la vostra via verso il benessere? Avete trovato questo articolo interessante?

Tolin, D.F., Frost, R.O., and Steketee, G. (2007). Buried in Treasures: Help for Compulsive Acquiring, Saving, and Hoarding. Oxford University Press.

 

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